L’equivoco di Agamben

Nel 2016 è uscito, per i tipi di Neri Pozza, l’interessante libricino di Giorgio Agamben Che cos’è reale? La scomparsa di Majorana.

Prendendo spunto dall’enigmatica vicenda del fisico Ettore Majorana che il 25 Marzo 1938 si imbarcò su un traghetto che da Napoli portava a Palermo per poi scomparire nel nulla, Giorgio Agamben ripercorre le tracce del tremendo scossone dato dagli studi della Meccanica Quantistica alle certezze della scienza.

Il principio di indeterminazione di Heisenberg, il dualismo onda corpuscolo, la natura probabilistica dei fenomeni legati alle particelle elementari minarono al cuore gran parte delle certezze che la Fisica (scienza eccellente) aveva fino ad allora incarnato. Mentre proprio la Fisica, e di questa proprio gli studi sulla struttura atomica della materia, stavano per dar vita all’arma più catastrofica e micidiale mai inventata dall’uomo, studi teorici ed evidenze sperimentali mostravano concordemente la natura intrinsecamente inafferrabile della materia.

Così nel testo si ripercorre, rapidamente ma con attenta e vera passione, il progressivo sgretolarsi di queste certezze, con le parole di Majorana ma ancorpiù appoggiandosi al saggio La science et nous di Simone Weil (in Sur la science, Gallimard, Paris, 1966) .
Il positivismo è giunto al capolinea.

Peccato che il testo nasca e ruoti attorno a quello che, a parere di chi scrive, è un equivoco del tutto innecessario. Majorana, difatti, nelle parole dell’autore, si sarebbe ritirato dal mondo non perché divenuto anticipatamente consapevole della potenza distruttiva a cui puntavano le recenti ricerche ed acquisizioni della fisica nucleare (si prende questa tesi da Sciascia e il suo La scomparsa di Majorana, Adelphi, Milano, 2004) ma spinto dal fatto che il ruolo assunto dalla statistica a causa degli studi di Heisenberg, Shrodinger, Dirac, Fermi e così via ne stava facendo strumento di controllo (di comando) tanto della materia naturale quanto di quella sociale.

Alla fine questa vicenda ci insegna che dobbiamo imparare a vivere con la consapevolezza che ci sono delle cose che non sappiamo. Un salvifico argine ai delirî di onnipotenza a cui la storia ci ha abituato. Se da un lato dovrebbe, quindi, essere considerato improprio voler ostinatamente indagare su una scomparsa che è frutto di una scelta volontaria e matura, dall’altro, in questo caso, questa indagine più che aiutare a capire confonde.

Majorana così conclude il suo “Il valore delle scienze statistiche nella fisica e nelle scienze sociali” (1937):

“La disintegrazione di un atomo radioattivo può obbligare un contatore automatico a registrarlo con effetto meccanico, reso possibile da adatta amplificazione. Bastano quindi comuni artifici di laboratorio per preparare una catena complessa e vistosa di fenomeni che sia comandata (in corsivo) dalla disintegrazione accidentale di un solo atomo radioattivo. Non vi è nulla dal punto di vista strettamente scientifico che impedisca di considerare come plausibile che all’origine di avvenimenti umani possa trovarsi un fatto vitale egualmente semplice, invisibile e imprevedibile. Se è così, come noi riteniamo, le leggi statistiche delle scienze sociali vedono accresciuto il loro ufficio, che non è soltanto quello di stabilire empiricamente la risultante di un gran numero di cause sconosciute, ma soprattutto di dare della realtà una testimonianza immediata e concreta, la cui interpretazione richiede un’arte speciale, non ultimo sussidio dell’arte di governo.” (pag 16)

In questo passo, nota Agamben, ed è la chiave di volta della sua tesi,

“Ciò che Majorana sembra, però, suggerire è che proprio il carattere esclusivamente probabilistico dei fenomeni in questione nella fisica quantistica autorizza un intervento dello sperimentatore che gli permette di ‘comandare’ il fenomeno stesso in una certa direzione”. (pag. 17)

A parere di chi scrive, invece, quel che Majorana intende evidenziare è come ad un evento essenzialmente probabilistico e microscopico (che sarebbe l’essenza della realtà) sia possibile associare (o questo possa essere causa di) una serie di eventi deterministici macroscopici e che, nella trasposizione alle scienze sociali (sempre ammesso che questa sia una operazione lecita) ciò significa attribuire un significato più intrinseco alla legge statistica nella lettura dei fenomeni. Lo sperimentatore fisico con la sua osservazione non “comanda” il fenomeno probabilistico ma, anzi, ne è comandato, come comandata (in corsivo) è la catena di eventi associata al decadimento dell’atomo di cui parla Majorana.

Similmente, secondo questa trasposizione, sulla cui liceità, insisto, si dovrebbe riflettere – ma qui il problema sarebbe dello stesso Majorana -, la statistica sociale non è in grado di “comandare” alcun fenomeno in una data direzione (pensiero che Agamben attribuisce a Majorana) ma solo di prendere atto dello stato di un sistema di cui è incapace di prevedere e quindi controllare le origini. L’arte di governo consola così la sua impotenza nelle braccia dello statistico.

Da questo punto di vista la meccanica quantistica è più materialista che mai, relegando la scienza (e l’osservazione) alla mera funzione di prendere atto di una materia soggiacente di cui si è dimostrata scientificamente l’inafferrabilità.

A noi resta stabilire se nell’ottica della ricerca dell’essenza della realtà ci interessi di più il decadimento dell’atomo o la traiettoria di un proiettile (anch’esso spesso utile “sussidio dell’arte di governo”).

Vero è che quasi a volersi immedesimare nell’atomo radioattivo Majorana, scomparendo, ha determinato uno stato del sistema improbabile ma non impossibile, certo imprevedibile, che ha scatenato una serie di effetti (questi invece abbastanza prevedibili) la cui eco risuona ancora oggi.

OmmoT, 22 novembre 2017

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Trattatello di anatomia ergonomico funzionale contemporanea

Vi sono alcune parole di cui sembra essersi perso il significato.
Vi sono alcune pratiche a cui siamo talmente abituati da non notarle più, come se parti del nostro corpo o del nostro cervello fossero state protesizzate per renderci più adatti ai rigori di questo oramai lungo inverno.

L’ordinato fluire delle cose richiede che non si perda troppo tempo in ciance. Quindi laddove non si possa, o non si voglia, mutare l’ordine delle cose è costume mutare l’essere delle persone.

Una metaforica protesi ci tura il naso, per non provare soverchio ribrezzo per le nostre scelte, una ci priva del fegato, organo pericoloso in quanto sede della rabbia, e così via discorrendo.
Che dire poi dello sciopero, pratica oggi attribuita all’indolente prevaricazione di una cerchia di privilegiati fannulloni (lo sciopero del venerdì) – o della scuola pubblica, bistrattato baluardo della Costituzione post fascista – o ancora del lavoro (dipendente, autonomo, volontario) attestato di meritevole buona volontà. Come per celia, invertendo l’ordine dei fattori, perfino nell’orrido universo premiale anziché dare miglior lavoro a chi è più meritevole diviene più esecrabile chi il lavoro non ha (non ci si curi del perché, come per quel signore che mena la moglie ogni sera tornando a casa, tanto una ragione ci sarà di sicuro). Quindi anche a costo di farlo gratis lo si fa, non sia mai che ci scambino per degli inutili lazzaroni.

Solo l’indisciplina fisica e mentale di una scaltra teppa può provare a capovolgere questa filosofia del potere, il cielo si rischiara solo riconoscendo che è necessario attraversare un punto di rottura irreparabile per trovare le ragioni di un altro, più favorevole, assetto.

Così fa Franti, lo studente maleducato uscito da penna e calamaio del De Amicis e reincarnato oggi in un pugno di riottosi ex studenti, talvolta insegnanti, che con paziente ironia compongono questo “Trattatello di Anatomia Funzionale Contemporanea” in cui si illustra e svela il gioco metaforico della protesizzazione e, nel contempo, si cerca di dare un ‘più corretto’ senso ad alcune parole chiave. Le illustrazioni di Kaius magistralmente illustrano, comme il faut.

È un testo speranzoso, in quanto solo a riconoscere le nudità del re si apprende il riso che lo seppellirà.

Ben venga dunque!

Qui la casa dei Franti: franti.noblogs.org

e qui una scheda sul trattatello: trattatello

ommot novembre 2017

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Dog eat dog

Cane mangia cane
Regia di Paul Schrader. Un film con Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook. 2016.

Tratto dall’omonimo romanzo di Edward Bunker, lo scrittore criminale, ben interpreta quel senso di vuoto e di sgomento che viene dalla opulenta società dei consumi.

Troy (Nicolas Cage) uscito di galera ricompone una piccola banda di criminali insieme a due spostati conosciuti in ‘collegio’: Cane Pazzo (Willem Dafoe) e Diesel (Christopher Matthew Cook).

I tre, afflitti da carceropatia acuta, che si sa contribuisce a rendere insensibili negli affetti e dipendenti dallo ‘sballo’, si mettono al lavoro al soldo di un ricco e pulito intermediario che li assolda per lavoretti di vario genere.

Il tutto procede più o meno regolarmente, si fa per dire, finché non si presenta l’occasione che potrebbe permettere a tutti e tre cambiare la vita. Noi conosciamo la parabola di Carlito’s way (scritto da Edwin Torres che pero’ di mestiere faceva il giudice e non il rapinatore) e sentiamo subito puzza di bruciato a questa alternativa alla ‘o la va o la spacca’. Ma, come per Carlito, la speranza è l’ultima a morire e in fondo carceropatia e stupefacenti possono far sembrare possibile qualsiasi cosa.

Così i nostri si incamminano per quest’ultima’ avventura con cieca determinazione.

Ci fermiamo qui, per non spoilerare un esito scontato non senza pero’ dire che il seguito è un succedersi di ‘ordinariamente banali’ eventi truculenti che, anche dove la sceneggiatura cerca di suscitare il sorriso, ci ha ricordato più Truman Capote che Tarantino.

La fotografia si sposa allo sballo, l’America inutile e superficiale trionfa in un lago di sangue che non risparmia nessuno.

La pellicola non vuole stupirci ma solo ricordarci quanto labili siano le scale di valori a cui appoggiamo il nostro giudizio. Da vedere.

 

(ommot)

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Sole, cuore amore

Sole, cuore amore
Un film di Daniele Vicari. Con Isabella Ragonese, Eva Grieco, Francesco Montanari, Francesco Acquaroli, Giulia Anchisi.

Eli e Vale sono due amiche, “come sorelle”, abitano a Nettuno, nei pressi di Anzio.

Eli (Isabella Ragonese) lavora in un bar di Roma, sulla Tuscolana. Un tragitto di quasi due ore. Esce di casa prima dell’alba per essere al lavoro alle sette e mezza, torna a casa che il sole è tramontato.

A casa un marito disoccupato, quattro figli. Vale (Eva Grieco) danza, è una performer. Si esibisce con delle studiate coreografie in locali, mostre eventi.

Eli e Vale, come sorelle si aiutano e si sostengono, pur restando nei loro mondi che sono come il sole e la luna.

Eli e Vale, ma anche suo marito Mario (Francesco Montanari) e l’amica di Vale, Bianca (Giulia Anchisi) cercano di fare fronte alle difficoltà della vita, al lavoro che non c’è e che quando c’è ti vuole sette-su-sette con il sorriso sempre sulle labbra, ai figli che crescono, ai genitori che non ti capiscono e agli amori che non si ricambiano e a un corpo che non sempre risponde come deve.

Sole cuore amore è un bel film, con quelle imperfezioni che lo avvicinano alla vita reale, che ce lo fanno sentire più vicino. Racconta di un mondo vero, che conosciamo tutti un po’. I protagonisti lo attraversano con solidarietà ed affetto, che li aiuta e li sostiene anche se non sempre è sufficiente.

 

(ommot)

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Il libro dell’incontro, note a margine

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Il libro dell’incontro
Vittime e responsabili della lotta armata a confronto
[il Saggiatore, Milano, 2015]

NOTE A MARGINE

Libri di Nelson Mandela nella prigione di Robben Island

Per l’ennesima volta alzò lo sguardo. I grappoli pendevano pesanti, quasi a voler trascinare a terra i rami. Gli acini rossi manifestavano col loro turgore l’inarrestabile forza della natura.
Meditò ancora, soppesò i garretti, misurò di sottecchi la distanza e nuovamente capì che non ce l’avrebbe fatta.
Sapeva che non era in assoluto impossibile, ma capiva che non era più affar suo, non in quel momento. Si sentiva stanca, la ferita le faceva male e quella lunga attesa sembrava aver cristallizzato i sogni trasformandoli negli incubi peggiori.
Non fu facile ammetterlo né farsene una ragione. Tanta fatica aveva fatto per arrivare fin lì.
Lasciò spazio al tempo, in attesa che accadesse qualcosa, ma tutto era fermo. Il mondo, per lei, sembrava essersi fatto di marmo.
Così, quando le parve meglio, senza guardarsi troppo attorno, si alzò e si incamminò verso la città. “Non era neanche buona” la sentirono mormorare.

~~~~~~~~ * ~~~~~~~~

Un processo di estraniazione
Nel periodo intercorso tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, in Italia avvenne un fatto notevole, di cui però la memoria conserva oggi solo labili tracce: una generazione appassionata di politica, che si era dedicata anima e corpo alla trasformazione del mondo, fu vittima di un processo di estraniazione (o di svelamento a seconda dei punti di vista) che la portò a rompere col proprio recente passato e a imboccare una strada destinata a condurla di là dal fosso che l’aveva, fino a poco prima, separata dall’avversario.

Fu un salto triplo con un atterraggio finale in un campo più “neutro”, ove non proprio “amico” del proprio “nemico”.

In un contesto che andava profondamente mutando anche a livello internazionale, la crisi e la ristrutturazione del comparto produttivo nostrano avevano iniziato a falcidiare gli operai delle grandi fabbriche, mentre la repressione si era fatta molto dura. Torture, abusi e leggi speciali mettevano all’angolo i portatori di spinte al cambiamento che erano state vaste e profonde. Un uso spregiudicato del diritto preannunciava una loro carcerazione sine die.

Dall’altra parte, anche tra chi ancora perseguiva un progetto di radicale trasformazione della società, il nervosismo era crescente. I toni non solo si erano alzati, ma lo scontro si era spostato al bordo del ring. Da ambo le parti non si risparmiavano colpi sotto la cintura.

L’esercito della salvezza, sceso in campo al servizio del piccolo e grande capitale, era senza pari: vi si trovarono riuniti i militari, i partiti dell’arco parlamentare, le loro appendici ex extraparlamentari, i media. Perfino un noto quotidiano comunista ebbe una parte non da poco nell’opera di calmieraggio della spinta insurrezionale. La classe media, che sarebbe stata sacrificata di lì a poco al moloch del capitale multinazionale, sostenne attivamente i crociati della repressione sociale fomentandoli, nutrendoli, cantandone le lodi. Non immaginava che, legittimando, in virtù dell’emergenza, una sistematica deroga alle regole della “Repubblica nata dalla Resistenza”, stava intrecciando il cappio che avrebbe finito per strangolarla? Comunque sia stato resta che tale deroga entrò a far parte di una nuova “costituzione materiale” che oggi costringe la società tutta a vivere nel panoptico di una sorveglianza speciale.

Non fu una cosa da nulla.

Chi si trovò in questi frangenti nelle mani di sgherri e aguzzini (e non furono pochi) dovette porsi più di una domanda e inevitabilmente cercò di darsi delle risposte. I più deboli o volenterosi (a seconda dei punti di vista) denunciarono i proprî fratelli.

I più timidi e incerti non aspettarono comunque troppo prima di rivolgersi al boia (e alla stampa) per ammettere che il loro era stato un grosso errore.

Benvenuti, è l’alba degli anni ’80.

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Luchè – Bello ft Guè Pequeno

Chi è Luchè manco lo so, e non importa.

Si presenta con una bottiglia che potrebbe essere di Cognac (per intenderci quello da gran mal di testa la mattina dopo) in una casa anonima di una notte qualunque. È con un gruppo di amici, misto di etnie, ma tutti maschi. Sui venti/trent’anni.

«Quando presi il primo Rolex dissi bello»

Non ci crede neanche lui ma è chiaro che ci chiede di accompagnarlo.

«tutto intorno a me è semplicemente bello»

Non sorride, nessuno sorride. Si gesticola molto. Penso per impressionare l’osservatore.

Riprese in esterno, per strada, di giorno, Berger Road, E9 – London

«Quando lei va via scrive è stato bello»

Scrive, ma dove lo scrive? A chi lo scrive? Facebook? Twitter? Un biglietto sul cuscino?

Berger road è un quartiere residenziale a popolazione mista (in apparenza popolare ma non posso dire, dovessi passare da Londra ci andrei senz’altro). Comunque è l’ultimo posto dove verrebbe in mente di girare delle riprese in esterno di una cosa che si chiama “Bello”.

Tra l’esterno e l’interno c’è un sottopassaggio, in penombra

In casa, al buio.

Lei è appoggiata sul muro, sola. Capelli biondi lunghi, nella penombra inutile ed eterea presenza.

«tratto la donne come oggetto dei desideri
i suoi seni sono come ‘sti rapper, sembrano veri
mi parcheggio tra le gambe
trovo un buco in cui infilarmi
»

però attenti:

«se la tocchi ti taglio un dito e ci faccio un portachiavi»

intanto i soliti loro (tutti maschi) gesticolano con fare aggressivo verso la videocamera.

Una retorica machista con un fare gentile, nessuno sorride ma ci guardano di là dal video e nessuno ci guarda male.

«noi premiamo grilletti non premiamo bulletti»

Qui la rima ha il sopravvento e alla poesia si concede tutto:

«se faccio centomila all’anno esco per le spese
atomo, se credi in me ti chiamo fratomo, se non ci credi ateo
»

Questo è un messaggio nella bottiglia ad Atomo Tinelli? Piacerebbe saperlo ma temo non ce la faremo mai.

La musica, la stessa, qualche filtro usato bene e poi siamo sempre li. Ma è (T)Rap, l’immediatezza.

Stiamo sereni.

ft. Guè Pequeno

Guè Pequeno arriva a metà brano, 2.05”. C’era prima? Non l’ho visto.

lui fa più paura, anche con quella camicia a scacchi che in realtà fa un po’ ridere

si fa riprendere nella stessa casa, nel gruppo sta in penombra mentre ‘a solo’ ha un quadro di Bay alle spalle

non sorride, ridacchia come uno che la sa lunga

in casa tiene la felpa col cappuccio in testa come uno che si nasconde

all’esterno gira a volte con un cappuccio nero che richiama la simbologia di una certa destra aggressiva ed arrogante.

Più lesto, a volte troppo lesto, a parlare «c’ho picci e impicci fra amicci» e poi chi lo capisce è bravo…

Un tempo, si dice, i pittori usavano la commessa di un ritratto per sbizzarrirsi negli sfondi. Lì si concentrava il loro vero interesse e lì potevano esprimersi liberi dalle richieste dell’acquirente, sganciati.

Non so se Luchè rientri in questa casistica, né chi esattamente sia l’acquirente. Qui in effetti si vede una discreta sintonia tra il protagonista e ciò che gli sta dietro. Ed entrambi ai nostri occhi fanno a botte con il «tutto intorno a me è semplicemente bello» del ritornello.

Forse questo è il messaggio, consapevole e triste, che Louchè e Guè Pequeno ci consegnano: abbiamo dovuto imparare sulla nostra pelle ad alterare il senso delle parole e a non poterci sganciare mai dal market.

«penso fin troppo per uno che pensa solo a sé»
e questo forse è più vero di quello che ad una prima occhiata pare.

Ommot luglio 2017

(questo video ha avuto, nei suoi primi sette mesi di vita, più di un milione di visualizzazioni, qualcosa vorrà dire)

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Finalmente, un generatore automatico di Beagles!

beagle Nell’era del digitale, che è anche l’era dell’economia 4.0, assistiamo ad un fiorire di monete virtuali che, pur partendo da presupposti etici e sicuri, si prestano a diventare strumento di speculazione esponendoci ai più rischiosi raggiri.

Con il Beagle vogliamo conservare il sapore della vecchia moneta pur non negandoci i vantaggi delle cyber-valute.
Questa semplice applicazione vi permette di stampare un numero illimitato di Beagle e procedere a pagare ai vostri acquisti senza il timore della pirateria informatica.

Il bottone del Generatore automatico di Beagle genera un numero casuale di banconote in un numero da uno a venticinque.
A voi stamparla, tagliare le banconote, unire il fronte col retro e il Beagle è pronto per essere speso.

L’operazione può essere ripetuta per un massimo di tre volte al giorno perché, col Beagle, bisogna anche saper aspettare.

 

tha Beagle C@mpany

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La teoria dei “numeri chiusi”

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La teoria dei numeri chiusi, che ha subito nei tempi storici alterne vicende, è recentemente stata riportata in auge dal Prof. Gill von Vague1, valtellinese.

La teoria si basa sul presupposto che esista, affianco all’insieme dei numeri naturali N, all’insieme dei numeri reali R e dei numeri complessi C, l’insieme dei numeri chiusi K che è un sottoinsieme chiuso di N e gode di proprietà del tutto particolari.

Somma di numeri chiusi

Per i numeri chiusi è possibile definire un operatore somma:

k1 + k2 = k3

che è dotato di uno zero:

k + 0 = k

questo operatore di somma gode della proprietà commutativa:

k1 + k2 = k2 + k1

I numeri chiusi possono quindi considerarsi a tutti gli effetti un gruppo abeliano o commutativo.

Gli elementi di un gruppo di numeri chiusi, se sommati, generano un elemento appartenente allo stesso gruppo, uguale e non maggiore ad uno dei due addendi:

k1 + k2 = k3 con k3 <= max(k1, k2)

Cioè sommando due numeri chiusi si ottiene mai un numero maggiore del più grande dei due.

Iscrizione

L’appartenenza di un numero all’insieme dei numeri chiusi è detta iscrizione. L’operatore di iscrizione non ha un inverso e seziona l’insieme dei numeri in due sottoinsiemi a intersezione nulla.

Prodotto tra numeri naturali e numeri chiusi

È definito un operatore di moltiplicazione tra l’insieme dei numeri chiusi e l’insieme dei numeri naturali <K * N> che da come risultato sempre e solo il numero appartenente a K. Ossia l’intero insieme dei numeri naturali puo’ essere visto come l’unità per l’insieme dei numeri chiusi:

k * n = k per ogni n ϵ N e per ogni k ϵ K

Somma tra numeri chiusi e numeri naturali

Non è, invece, definito un operatore di somma tra numeri chiusi e numeri naturali, anzi vi è una attenzione particolare a questo tipo di operazione. Sommare numeri chiusi a numeri naturali produce risultati impredicibili2 ne discende il

primo teorema di Vague

(K + N = ?).

Operatori

L’operatore che trasforma un numero naturale in numero chiuso si chiama nutKracker (nK).

Valgono, per il nutKracker, le seguenti banali proprietà:

nK(n) K

nK(n1+n2) = nK(n1) + nK(n2) = k1 + k2 <= max(k1,k2)

In buone parole l’insieme dei numeri chiusi è tale che sommando o moltiplicando non se ne esce mai.

Applicazioni

I numeri chiusi trovano un’applicazione proficua in fisica in quanto, in particolari condizioni, accentuano la generazione di solitoni in movimento, onde solitarie altrimenti dette soloni (o saloni) mobili (o del-mobile).

Lo spazio che la teoria dei numeri chiusi è in grado di generare per i saloni del mobile è sperimentato e vasto3 benché ancora oggetto di studio.

Si suppone che tale teoria, nata dalla matematica e passata alla fisica, possa generare benefici risultati anche nelle scienze economiche.

Il paradosso della torta

Noto è il paradosso della torta per cui una torta divisa per un numero chiuso genera fette sempre più grandi di una equivalente torta divisa per un numero naturale.

Avverse fortune della teoria dei numeri chiusi

La teoria dei numeri chiusi è al momento molto in auge, i suoi favori attraversano la comunità scientifica raccogliendo consensi dai piccoli e grandi ricercatori alle alte baronie e sembrano, con questo, confermare la sua validità.

Voci discordanti, però, provengono dai rumorosi corridoi e da qualche scritto del professor Ommot von Bigol4, anch’egli valtellinese, che sostiene che la teoria non ha alcuna reale base scientifica sperimentale e che, anzi, avanza l’ipotesi secondo cui un gruppo chiuso (K) diviso per un gruppo naturale (N) non possa che disperdersi in un gruppo reale continuo (R), derivabile e completo. Da ciò Ommot deduce che l’incompletezza del gruppo dei numeri chiusi non puo’ che essere cagione della sua rottura5.

Stupisce la disattenzione della comunità scientifica nazionale ed internazionale a quelli che potrebbero essere gli effetti della teoria del numero chiuso se applicata al mondo reale, al contrario degli istituti di economia che vi hanno già investito, e ricavato, ingenti somme.

La comunità scientifica sembra essere al momento più interessata alla teoria del trasferimento o del movimento forzoso che però, nel parere di chi scrive, non è del tutto estranea nelle premesse e nelle conseguenze alla teoria del numero chiuso.

Vale in conclusione segnalare un nuovo canale di ricerca che si basa sull’ipotesi che si verifichi una crescita esponenziale qualora l’operatore nK() sia applicato all’operatore scolastico tax():

ipotesi di Ommot o ‘del corridoio’

nK(tax(n)) = tax exp(tax(n))

giugno 2017, ommot

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1 Il prof Vague si laurea in medicina negli anni ‘80 e si specializza in “Anatomia patologica a seguito di ripetuti forti colpi sul corpo”, tecnica di cui ipotizzò applicazione nelle SPA e nei Chiostri rinascimentali come forma di cura al baccanismo e all’indipendentismo, malattie oggi rare ma un tempo virulenti.

Come Ivo Livi, che divenne Yves Montand grazie a sua madre che lo apostrofava dalla finestra: “Ivo monta, che la pasta è pronta!”, così Gill, seguito dalla genitrice negli studi di matematica e da essa sollecitato: “Gill, ti prego, non essere vago”, risulta oggi più noto col nome di Gill Vago.

2 Un po’ come sommare numeri reali a numeri immaginari genera lo spazio dei numeri complessi così sommare numeri naturali e numeri chiusi potrebbe generare degli spazi multidimensionali aperti di cui ancora non si conoscono né dominano le proprietà.

3 Su questo il professor Vague, insieme ai suoi sodali Senatori, ha prodotto numerosissime pubblicazioni tutte disponibili in letteratura.

4 Ommot Bigol, noto perdigiorno, è il fondatore di “tha Beagle C@mpany” che ha dato vita recentemente ad una singolare crypto-moneta.

5 Questo spiegherebbe quello che taluni chiamano “L’enigma della rottura” e che potrebbe corrispondere all’ottava catastrofe elementare del sistema descritto da René Thom.

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