Spiace

Spiace
che nel pieno fiorire
della stagione del Timorasso
noi si sia costretti
nelle nostre quattro mura
a leggere libri
a far poesia

ommot 12 2021

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La traiettoria della freccia

La traiettoria della freccia
o ‘della fase quattro’ (1)

Inizio mettendo tre link, non sono recentissimi, non sono corti né facili ma mi servono.
Forse non capirete tutto, vale anche per me, e certamente sono passibili di critiche ed osservazioni, come per altro sono moltissimi libri che ho letto, che non ho capito completamente, che non erano perfetti, ma che mi sono serviti. Quindi li metto.

Leggete i testi (a) e (b) e guardate il video (c), mi aiutano a spiegare quel che voglio dire.

(a) Sandro Modeo: Così il coronavirus tenta (ogni istante) di aggirare i vaccini

(b) Bert Hubert: Ingegnerizzazione inversa del Codice Sorgente del Vaccino BioNTech/Pfizer

(c) Ernesto Burgio: Ambiente e salute: dalla genetica all’epigenetica

Inizio con una domanda: “c’è differenza tra l’immunità indotta dal vaccino mRna e quella indotta dal contatto con il virus?”
La mia risposta è: “si, c’è”. Per esempio il test sierologico per verificare se si è entrati in contatto con il Covid-19 cerca due anticorpi quello anti-Nucleocapside del SARS-Cov2 (anti-N) e quello per la proteina Spike. Quando si trova solo il secondo significa che si è stati vaccinati perché il vaccino mRna il nucleocapside non ce l’ha, se invece si trovano tutti e due significa che si è entrati in contatto con il virus vero e proprio. Quindi c’è differenza.
Mi basta.

Quale delle due immunità è più efficace? Tra un laboratorio che si occupa del balletto di trappole e astuzie descritto da Modeo (a) da circa tre milioni di anni e una Company che ha rimesso mano in fretta e furia ad un progetto accantonato da più di vent’anni e in dodici mesi ha prodotto un rimedio io punterei sul primo, riconoscendo senz’altro l’efficienza del secondo.

Spesso il laboratorio vivente richiede più tempo per imparare le regole, talvolta troppo e, senza alcun intervento in aiuto, ciò può imporre dei costi umani molto alti; inoltre non per tutti la risposta naturale funziona ugualmente bene. Ciò induce, talvolta, a correre dei rischi e a adottare dei rimedi, almeno in forma parziale o temporanea.

Si è detto che la malattia del SARS-COV2 va presa per tempo, bisogna cercare di evitare che degeneri. Su come fare ci sono molte scuole, cosa che accade comunemente in medicina per ogni malattia (già è difficile trovare due medici d’accordo sulla diagnosi, figuriamoci sulla terapia). Per le malattie nuove, dove tutto è sperimentazione, l’importante è provare, registrare gli effetti, condividerli per poter ricominciare da un passo più avanti. Una sorta di assemblea permanente dei medici, di base e specialisti, ospedali e laboratori di ricerca, che elaborano, in una riflessione collettiva dal basso che è in costante contatto con l’esperienza, quale sia l’approccio migliore. È la scuola che ricompone il rapporto tra medico e paziente e che restituisce alla malattia il suo ruolo sociale.
Dal canto loro le Company metteranno in campo i loro laboratori per intervenire “dall’alto” nella produzione di farmaci. Non è una sorpresa, è uno specchio del conflitto sociale. È così che Pfizer-BioNTech e Moderna sviluppano la loro cura.

Bene. Lasciamo stare gli interessi delle multinazionali (che pure c’entrano), i codici a mRna vengono completati e autorizzati con procedura d’urgenza, senza badare troppo a cosa potrebbe succedere negli anni a venire, proprio perché richiesto dall’urgenza della situazione sanitaria. Il 21 gennaio 2021 il dizionario Merriam-Webster cambia la definizione della voce vaccino (immutata dal 2006) e da lì in avanti i prodotti dei laboratori Pfizer-BioNTech possono assumere questo nome. (2)

Comunque, ed è quel che conta, questo vaccino mRna fa quel che deve, pur con le incertezze che lo accompagnano tra cui va enumerato che l’affascinante tecnica descritta da Hubert (b) ha lo scopo di produrre delle molecole simil-spike sulla base di quelle sequenziate nel gennaio 2020, allo scopo di stimolare la reazione anticorpale, molecole che nel tempo sono mutate e rispetto a cui gli anticorpi possono rivelarsi obsoleti. Inoltre tutte quelle caselline della catena di Rna riempite citosina e guanina per velocizzare la replicazione, la coda poliadenilata, sappiamo davvero bene cosa vogliono dire nel linguaggio della riproduzione? Non credo che lo sappiamo.
Anche questo esperimento lascia però intravedere di quali affascinanti equilibri siamo fatti e della quota di stregoneria presente anche nei più asettici laboratori.

A quel punto viene presa la decisione, totalmente politica, di spostare completamente l’asse dell’intervento sui vaccini, di passando ad una vaccinazione di massa e ignorando, quando non vietando, la sperimentazione indipendente di cure da parte di medici. Prima dell’eventuale ospedalizzazione è prevista sostanzialmente solo la somministrazione di tachipirina e la vigile attesa.

Che fare una vaccinazione di massa, con un vaccino sperimentale, per un virus mutante (3) durante una pandemia potesse non essere un’ottima idea è stato detto e stradetto, non è un col senno di poi, ma tant’è è andata così.
Resta per me inspiegabile come mai, anziché lasciare che la popolazione con minor rischio di conseguenze gravi si infettasse e acquisisse così l’immunità naturale, accompagnando di presenza le fasi sintomatiche dell’infezione, si sia preferito piuttosto imporre la vaccinazione a tutti, arrivando ora anche ai bambini.

Anche i bambini si ammalano, si dice. Si contagiano, ma stanno male? Dall’inizio della pandemia al 15 dicembre di quest’anno, in assenza di cure domiciliari, nella fascia 0-11 anni si contano 20 decessi, nella fascia 12-19 anni sono 15 (4).

Malattia e contagio non sono la stessa cosa (5), se uno ha un laboratorio vivente che è in grado di prendersi cura del virus SARS-COV2 perché insistere a insegnargli come comportarsi?

Ci si potrebbe chiedere quale sia la popolazione ‘fragile’ da proteggere oltre agli over 80. Richard Horton, Editor-in-Chief di Lancet, definsce il Covid come una sindemia (6) ossia una pandemia che agisce su una base sociale già afflitta da altre malattie. In effetti è noto che i casi di comorbilità costituiscono la gran parte dei decessi per Covid19 e in particolare per malattie come diabete, obesità, malattie cardiache e patologie respiratorie pregresse (7). Vale anche per i bambini (8) (anche per i trentacinque citati sopra).

Ora, in particolare per i bambini, andrebbe posto ancor più l’accento sulla comorbilità. Da dove vengono bambini con diabete, tumori, immunodeficienze? (9)

Di questo parla Ernesto Burgio nel video (c) “Ambiente e salute: dalla genetica all’epigenetica”. Certe patologie (tra cui alcune di quelle che costituiscono causa aggravante in una infezione da SARS-COV2) vengono sviluppate dagli esseri umani nei primissimi anni di vita in reazione alle cattive condizioni dell’ambiente in cui crescono. La donna e l’uomo piccoli cercano di curarsi delle tossicità con cui entrano in contatto, e come risultato, si ammalano.

Viene naturale porsi la domanda se in questo periodo di grande sensibilità alla salute qualcuno si stia occupando di queste cose? Qualcuno sta considerando che viviamo in una macchina sociale che produce malattie sin dai primi anni di vita e non smette mai di farlo? Quelli che oggi si sbracciano per imporre cure con la forza, in due anni, ne hanno fatto mai quantomeno menzione?
La risposta è: no.
Qui siamo.

Succede poi che il vaccino, somministrato a primavera, duri meno di quanto dichiarato e soprattutto non renda immuni i vaccinati (10). Come effetto collaterale potrebbe addirittura indebolire o quantomeno confondere (11) la risposta immunitaria naturale, cosa non stupefacente perché, come abbiamo detto mRna esercita il corpo a rispondere a solo su lato Spike dell’avversario, basandosi per di più su una sua immagine ferma, come Foreman, mentre davanti ha Mohamed Alì all’incontro di Kinshasa il 30 ottobre 1974 (12).

Con l’inizio dell’inverno 2021, momento in cui sarebbero stati maggiormente utili, gli effetti dei vaccini a mRna iniziano a scemare, partendo dai pazienti delle prime file, i soggetti fragili. Nel frattempo l’estesa copertura vaccinale ha permesso che si selezionasse una variante che buca la sua protezione. Da manuale (13).

A questo punto chi è vaccinato potrebbe essere addirittura meno protetto di chi non lo è (14), per loro una ulteriore dose è d’obbligo, speriamo che, col tempo, gli venga in aiuto la primavera.

I non vaccinati se la cavano meglio, la variante di successo è, come deve essere se vuole imporsi sulle sue sorelle, molto più contagiosa ma meno letale. Loro, piuttosto, rischiano di essere messi a repentaglio più dalla scellerata ed incessante opera di stigmatizzazione sociale che dalla malattia stessa (15).

A questo punto rientrano tutti in pista, la musica ricomincia anche per chi si riteneva ormai al sicuro, il gioco del capro espiatorio contro il non vaccinato non funziona più e il nervosismo si diffonde misto a delusione, confusione, rabbia.

Nel momento della scelta della vaccinazione di massa e del congelamento delle cure domiciliari è stata lanciata una freccia del tempo che va verso una costante caccia alla combinazione più perfetta della catena mRNA prodotta in laboratorio contro l’ultima versione del virus. Il laboratorio vivente ha perso il contratto perché non ha saputo essere concorrente sui tempi con la Company rivale. Poco importa che la sua prospettiva fosse basata su un investimento più sul lungo periodo. Il capitalismo oggi ha bisogno di andare all’incasso subito, prima che il gelato si sciolga e diventi merda, e l’ha dimostrato.
La traiettoria ora è balistica, deterministica, prevedibile, non sappiamo fin dove arriverà solo perché non conosciamo la potenza di carica che gli è stata data né la forza degli attriti che cercheranno di smorzarla.

Sin qui ci siamo riferiti essenzialmente al blocco dei paesi occidentali, che si è mosso compatto su questa strada. Altro ragionamento e destino avranno l’Asia, la Russia, l’Africa, l’America Latina. Per i paesi che hanno adottato tipi di vaccino diverso, o che, per povertà, non hanno potuto neanche pensare di coprire i fragili, figuriamoci la massa. Questi ultimi, soprattutto, hanno pagato (e pagano) dei costi umani altissimi, qualcuno qualche curetta l’ha adottata (tomo tomo – cacchio cacchio). La loro freccia è diversa.

Una piccola chiosa va fatta sul senso di responsabilità, saranno domande non affermazioni.

È da considerarsi atto responsabile imporre ad un laboratorio vivente funzionante di comportarsi diversamente da come decide la Company vincente?

È da considerarsi atto responsabile intervenire, con uno strumento d’emergenza, sulla popolazione, a rischio e non a rischio, di parte del mondo lasciando più del 50% della popolazione mondiale a rischio senza alcuna protezione?
Cosa sarebbe successo se le dosi di BioNTech/Pfizer disponibili fossero state distribuite tra la popolazione anziana mondiale anziché usarle per tutte le fasce d’età di alcune singole regioni?

È da considerarsi atto responsabile non curare i malati e arrivare a radiare i medici che provano a farlo?

È da considerarsi atto responsabile cercare di salvare quante più vite in un luogo, in un tempo, senza porsi il problema di cosa potrebbe questo significare ovunque per tutti domani?

Sono questioni etiche su cui vale ragionare anche se tardi, la freccia è partita. L’intelligenza servirà a capire come venirne fuori.

Ommot 26 12 2021

NOTE

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stagioni

Summary #15: Riepilogo di alcune comunicazioni salienti relative alla pandemia COVID19 e non solo degli ultimi mesi del 2021

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Commissione Dubbio e Precauzione 08/12/2021: indice

Ugo Mattei, giurista (introduzione)

Marco Milanesio, chimico (il cammino della scienza dal determinismo al probabilismo)

Maria Rita Gismondo, virologa

Tiziana Vigni, avvocato

Michele di Mascio, bioingegnere e biologo

Andrea Saltelli, epistemologo

Victoria e Alvise, Studenti contro il green pass (Pavia)

Davide Sabatino, Generazioni ora! laboratorio culturale permanente

Carlo Gambacorti Passerini, ematologo

Giovanni Nobile, medico anestesista

Massimo Citro, medico e psicoanalista

Daniele Porretta, biologo (un confronto storico, la vicenda del DDT)

Giuseppe Longo, epidemiologo

Livio Giuliani, biofisico

Patrizia Luzi, epistemologa

Hubert Debiolles, ginecologo

Andrea Camperio Ciani, psicobiologo

Nunzia Alessandra Schilirò

Ugo Mattei, giurista

Carlo Freccero, giornalista

Eduardo Missoni, medico

Jean-Dominique Michel, antropologo

David Conversi, psicobiologo

Virginie Araujo-Recchia, avvocato

Filippo Adussi, Studenti contro il Green Pass (Torino)

Laurent Mucchielli, sociologo

Philippe Guillemant, fisico

Leda Volpi, neurologa

Giorgio Agamben, filosofo

Geminello Preterossi, (sessione in presenza)

Gabriella Paolucci, sociologa

Andrea Zhock, antropologo

Gennaro Imbriano, filosofo

Carlo Lottieri, filosofo del diritto

Vito De Luca, rivista Prospettiva Persona (Scienza e Filosofia)

Tristan Edelman, commissione Dubbbio e Prevenzione (messaggio dalla Francia)

Davide Sabatino

Ugo Mattei, giurista

Guido Cappelli, filologo (sul significato della “precauzione”)

Pasquale De Sena, giurista (argomenti giuridici sulla vaccinazione ai bambini)

Sara Gandini, epidemiologa (sulla sindemia e le scuole)

Stefano Scovazzo, presidente tribunale Minorenni Torino (sulla vaccinazione ai minori)

Alberto Contri, docente di comunicazione sociale

Ugo Mattei, giurista (discussione)

Stefano Scovazzo, presidente tribunale Minorenni Torino (discussione)

Sara Gandini, epidemiologa (discussione)

Ugo Mattei, giurista (discussione il presupposto che il bambino vaccinato non è pericoloso per il nonno)

Sara Gandini, epidemiologa (discussione)

Antonio Bonati, ematologo (discussione)

Stefano Scovazzo, presidente tribunale Minorenni Torino (discussione)

intervento dal pubblico, epistemologa

Mariano Bizzarri, biochimico (discussione)

Andrea Zhock, antropologo (dibattito)

Laura Corradi, sociologa

Antonietta Gatti, nanotecnologa

Pasquale De Sena, giurista

Guido Cappelli, filologo

intervento dal pubblico Giuseppe

Roberta Lanfredini, filosofa

Stefano Scovazzo, presidente tribunale Minorenni Torino (discussione)

Angela Camuso

intervento dal pubblico

Giorgio Agamben

Ugo Mattei, giurista (conclusioni)

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educazione fisica e meritocrazia

Facile facile,
immaginate una classe di liceo
25 studenti
12 maschi 13 femmine
qualcuno è alto, qualcuno è più basso, c’è chi ha le gambe lunghe e chi più curtulidde, chi respira meglio, chi ha sempre il fiatone. Per non parlar del cuore, che c’è quello che ogni tanto gli batte all’impazzata e l’altra che sembra un metronomo. L’equilibrio, poi, la scioltezza nei movimenti, la coordinazione, che sono cose che nemmeno si vedono ma che inevitabilmente li distinguono.

Ora facciamoli correre, saltare, camminare lungo una sbarra.
Ciascuno lo farà in modo diverso, chi salterà più lungo, chi correrà più veloce, chi più lontano.
Non stupisce.

Una valutazione metrica della prestazione sarebbe ingiusta, negherebbe a ciascuno la specificità del suo fisico, del suo essere.

Per risolvere il problema del giudizio potremmo adottare una valutazione per l’impegno dato, per lo sforzo effettuato, senza guardare il traguardo ma il percorso, non Itaca ma il viaggio che lì li ha condotti.

Avremmo fatto bene.

Ora spostiamo tutto questo dall’ora di educazione fisica a quella di matematica, di storia, di scienze e chiediamoci come comportarci per fare ugualmente bene.

Ommot novembre 2021

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“siparietto” di e con il Senatore Mario Monti

In Onda La7 – 27 novembre 2021

David Parenzo: Certo quei 7 milioni di vaccinati italiani, per scelta però a differenza degli altri che non possono scegliere..

Concita de Gregorio: Certo, la pericolosità della popolazione mondiale non vaccinata è enorme.
Senatore Monti il professor Bassetti poco fa criticava l’OMS dicendo che si è messa la scienza al servizio della politica, a partire da questo dettaglio non irrilevante della scelta della lettera dell’alfabeto greco per indicare questo nuovo virus. La scienza è al servizio della politica? Dovrebbe essere il contrario.

Mario Monti: Allora prima di tutto una osservazione sui dati. Avete mostrato l’enorme squilibrio che c’è nel mondo e quando è stato detto che solo il 3% del personale medico è in Africa vorrei aggiungere che il 90% del personale medico in Africa non ha ricevuto la vaccinazione, questa è la sintesi del disastro. Di quel 3% il 90% non ha ricevuto la vaccinazione.
Politica, scienza, io direi questo, da due anni con lo scoppio della pandemia di colpo abbiamo visto che il modo in cui è organizzato il nostro mondo è desueto, non serve più. Due cose che sono state toccate: la comunicazione e la governance del mondo dal punto di vista della sanità.
Comunicazione: subito abbiamo incominciato ad usare il termine guerra, perché è una guerra, ma non abbiamo minimamente usato in nessun paese una politica di comunicazione adatta alla guerra. E forse oggi non si riesce più, anche se ci fosse una guerra vera, ad avere una comunicazione come quella che si aveva nel caso di guerre. Io credo che bisognerà, andando avanti in questa pandemia o comunque per futuri disastri globali della salute, trovare un sistema che concilii certamente la libertà di espressione ma che dosi dall’alto l’informazione.

CdG: È molto interessante questo senatore cosa intende esattamente con comunicazione di guerra, la censura delle opinioni avverse

MM: ma no io ho partecipato nella prime settimane della pandemia nell’anno scorso ad una trasmissione di questa rete, al mattino, Omnibus e mi sono permesso di dire che andando avanti così, se di pandemia si parlerà in modo colto, vivace, vibrato, interessante 20 ore al giorno nei talk show di cisacun canale si farà un disastro e sono ancora convinto di questo.

CdG: Vorrei restare sul tema della comunicazione di guerra perché noi che la guerra non l’abbiamo vissuta, l’abbiamo studiata sui libri la comunicazione di guerra, che cos’è esattamente?

MM: beh la comunicazione di guerra anch’io l’ho conosciuta incosciente perché sono nato a due anni dalla fine della guerra e non ho molto seguito l’attualità in quei due anni di guerra. Ma la comunicazione di guerra significa che c’è un dosaggio dell’informazione che nel caso di guerre tradizionali è odioso perché vuole far virare la coscienza e la consapevolezza della gente ma nel caso della pandemia, quando la guerra non è contro un altro Stato ma è contro un morbo, contro una cosa che è comune a tutto il mondo io credo che bisogna trovare delle modalità, posso dire, meno democratiche secondo per secondo nella sua amministrazione dell’informazione

CdG: ma scusi questo dosaggio questo controllo a chi spetta

DP: aspetta spieghiamolo bene perché vedo già la rete che dirà Monti … quindi spieghi bene il concetto perché è interessante

MM: Senta abbiamo o non abbiamo accettato delle limitazioni molto forti alla nostra libertà di movimento? Ed è bene che siano venute da parte dei governi, quindi in una situazione di guerra, quando l’interesse di ciascuno coincide con l’interesse pubblico pena il disastro del paese e di ciascuno si accettano delle limitazioni alla libertà. Noi ci siamo abituati a considerare la possibilità incondizionata di dire qualsiasi profonda verità o qualsiasi sciocchezza su qualsiasi media come un diritto inalienabile garantito dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”

DP: qui non ce lo possiamo permettere

CdG: il problema che vedo è chi decide perché noi abbiamo avuto in un passato nemmeno troppo remoto il ministero della propaganda che faceva questo cioè controllava l’informazione sotto un regime, sotto una dittatura, allora in un regime democratico chi governa la misura, il dosaggio, come lei dice, della comunicazione, chi dovrebbe farlo?

MM: Il governo, ispirato, nutrito, istruito dalle autorità sanitarie. Ma guardate che ci siamo già in questo perché subiamo delle limitazioni molto più gravi …

https://www.la7.it/in-onda/video/covid-monti-bisogna-trovare-delle-modalita-meno-democratiche-nella-somministrazione-dellinformazione-27-11-2021-411017

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Green is the new Orange

Green is the new Orange

in queste poche righe non si parla di medicine e cure, di salute forse sì, non è la stessa cosa

Lo stato di emergenza è una condizione temporanea in cui viene tollerata la sospensione di alcuni diritti in nome di un problema comune.
Con abile artificio retorico questo problema viene preferibilmente chiamato nemico.

In Italia uno stato di emergenza dura da almeno cinquant’anni.

Negli anni ‘70 in nome dell’emergenza terrorismo passano una legislazione speciale, una carcerazione speciale, i rastrellamenti dei quartieri, i carrarmati nelle strade, i sequestri di persona da parte delle forze dell’ordine, le torture e quindi uno stravolgimento del diritto che partendo dalla chiamata di correo va alla legislazione premiale per i pentiti e quindi per i dissociati. Cose che avrebbero fatto rabbrividire financo “il Beccaria”.

A seguire vi fu l’emergenza mafia, ancora pentiti, ancora militari nelle strade con l’operazione Vespri Siciliani, il carcere duro (41 bis), l’ergastolo ostativo e il fine pena mai.

Poi l’emergenza terrorismo internazionale, l’integralismo islamico, i CPTA, CPT, CIE, CPR, nomi di prigioni senza legge, senza avvocati, senza diritti, solo guardie e reclusi, il reato di clandestinità, ancora soldati disposti nelle città con funzioni di ordine civile.

Nel frattempo, da quel tempo, un’altra emergenza insidiosa, quella della crisi economica, della lotta a coltello tra capitalisti, la concorrenza, che produce rapporti di lavoro precario, de-regolamentato (o normato da una intricata giungla di forme contrattuali). In nome di una emergenza produttiva e di consumo, che portava i capitalisti all’affanno, passano licenziamenti di massa, riduzione dei salari, frammentazione dei contratti e dei soggetti che concorrono alla produzione; attraverso gli appalti e i subappalti si ricostruisce l’anima delle imprese produttive, si ingrossano le file dell’esercito occupazionale di riserva e si abbassano i salari. Dove prima c’era una contrapposizione lavoratori/impresa adesso ci sono tanti soggetti e tante imprese, una interlocuzione che si disgrega da sola. La forza contrattuale di lavoratrici e lavoratori ne esce piegata; questi, privati di un senso di coesione solidale, sono portati ad avere indifferenza quando non addirittura a farsi concorrenza l’uno con l’altro.
La necessità di dover fronteggiare una crisi di lunga durata non fu mai nascosta, non c’era bisogno di nascondere il fatto che si dovesse sacrificare qualcosa e qualcuno. La mongolfiera dell’impresa Italia, per restare in quota, deve lasciar cadere la zavorra. Anche qui il concetto di temporaneità è praticamente scomparso. Ogni anno che passava il coltello dell’emergenza approfondiva la ferita sul corpo sociale. Dagli anni ’90 il senso Comune di chi sperava di restare occupato ha fatto da cuscinetto allo scontro sociale.

La rappresentazione del problema come di un nemico Comune, questo sì mutevole, fa sì che, volta per volta, si ridefiniscano i confini di quel che si intende per Comune.

Negli anni ‘70 gli interessi Comuni che giustificavano l’emergenza vivevano dell’equilibrio tra gli interessi della media borghesia e del gran capitale. Le tensioni sociali guardavano verso una radicale rottura degli assetti socio-economico, i movimenti agenti per la trasformazione, che pure rappresentavano una fetta consistente della popolazione, erano estromessi dall’essere Comune, la necessità di tenerli al di fuori giustificava l’emergenza.

La lotta alla mafia costituiva il suo Comune lasciando fuori gruppi di potere extra legale ma anche grandi strati di sottoproletariato non disciplinabile alle necessità del momento, ai nuovi equilibri, nazionali ed internazionali.

La guerra allo “straniero” si è corroborata additando le vittime del saccheggio effettuato anch’esso in nome di un interesse Comune. È questo un sistema che si autoalimenta e genera, se mai, contesa solo sul numero dei giri di chiave da dare ai ferri, questi ultimi restando generalmente indiscussi.

Nell’alto medioevo l’unica istituzione rimasta in piedi dopo la caduta dell’Impero Romano, la Chiesa, colonizzava la campagne, popolate da analfabeti miserabili, ancorché più gaudenti di quanto ci raccontino a scuola, buoni solo per coltivare le terre ed allevare animali per le mense dei signorotti feudali. Con occhio lungo il clero occupava ogni centro abitato costruendo delle Chiese, luoghi di culto, all’interno delle quali il credo era dipinto a chiare lettere sulle pareti. Gli absidi, verso cui si sarebbero rivolti gli occhi dei fedeli, rappresentavano le sofferenze in terra, la ricchezza salutare della promessa e le vicissitudini per arrivarci. La più potente ed efficace rappresentazione, che non necessitava di liturgia per essere capita, era “il trionfo della morte”.
Lì il popolo poteva vedere rappresentate le sue più nascoste paure di fame, malattia, e morte impersonate dagli atroci supplizi e dall’orrido destino dei peccatori. In fondo brillava una sola luce, quella della speranza. Si doveva imparare a credere all’immutabilità di uno sfortunato presente, imparare a dar prova di pazienza e sopportazione, solo così l’uomo poteva disporre del suo libero arbitrio.
In fondo anche Cristo aveva dovuto morire per essere libero.
Chi non accettava queste condizioni, chi anche solo pensava a diritti diversi, finiva facilmente sul rogo, di fronte a piazze osannanti il martirio.

Non per tutti è così. Il partito dei comunisti, per esempio, è pensato a guida di una transizione sociale operata la quale è destinato ad estinguersi, il suo essere Comune è pensato in modo transitorio. Il proletariato è in lotta per abbattere il capitalismo, liberarsi e liberare i capitalisti dal loro ruolo infame. Il comunismo non è il mondo dei proletari ma quello senza proletari (perché senza capitalismo), è un mondo in cui tutti, indistintamente, possono essere liberi. Forse per questo è stato così difficile passare dalla teoria alla pratica.

Il nazismo sostituì il concetto di nazione con quello di razza, stravolse così il senso dei confini e dell’essere Comune. Una razza superiore, quella tedesca, era libera, le altre non avevano altro destino che essere dominate. Un apparato retorico di enormi proporzioni fu messo in campo per dare compattezza a questa Comune di liberi che pur continuavano a lavorare l’acciaio nelle fonderie del Reich e che sarebbero ben presto andati a morire in guerra. Un apparato retorico che teneva fuori ebrei, rom, sinti, e poi (venendo meno al discrimine di razza) omosessuali e comunisti. E fu sterminio. Olocausto e Porrajmos meritano argomenti più complessi per essere analizzati e descritti, qui ci interessa solo notare come l’iniziale esclusione fu contemporaneamente principio di coesione per il sentimento Comune dominante.

Quello che salta agli occhi oggi, nel pieno della terza fase della pandemia Covid-19, è che ci troviamo di fronte ad una ennesima mutazione dello stato di emergenza che segue, senza discontinuità, i suoi precedenti.

In nome di un nemico da combattere si schierano gli eserciti, si chiedono sforzi e rinunce, si abdica alle regole abituali e temporaneamente (ossia nello specifico da quasi due anni) si misconoscono i più elementari diritti della comunità.
È utile specificare che il nemico è il virus SARS-COV-2 in quanto tale più che in quanto minaccia alla salute. Fosse stato altrimenti, infatti, non ci sarebbe voluto molto a chiudere subito i luoghi della produzione per tutelare la vita di chi ci lavorava, sarebbe sembrato sensato mettere in piedi delle linee di ricerca per intervenire sul campo volte, se non a guarire, quantomeno a contenere le nefaste conseguenze dell’aggressione virale. Non si sarebbero chiuse le porte alle cure dei malati di altri mali, i cui decessi per la trascuratezza praticata rischiano ora di diventare più numerosi di quelli causati dal SARS-COV-2. In breve si sarebbe considerato il problema non come un nemico da abbattere ma un ostacolo da superare o qualcosa con cui imparare a convivere, in un complesso di cause più articolato, con una prospettiva temporale più ampia, e con una rispettosa consapevolezza del dubbio e dell’incertezza.

Per altro, un sistema che ha trasformato la salute in un circo di operatori privati interessati alla pecunia, che in una ottica di mercato massimizzano le prestazioni (e gli introiti) minimizzando i costi e uno Stato che, tra le altre cose, possiede la quota di maggioranza di una delle più prestigiose industrie di armi, di tecnologia militare, di dominio e di morte del mondo, difficilmente potevano comportarsi diversamente. La “salute” e lo “star bene” della collettività non sono nel loro vocabolario.

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annaspare

Annaspare

agitarsi, muoversi, dibattersi, brancolare; gesticolare
affaticarsi, affannarsi, affaccendarsi, armeggiare, arrabattarsi

Da aspo, naspo, strumento usato per far le matasse.

Se usato male le matasse ne possono uscire abbastanza ingarbugliate.

ommot 19 11 2021

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