Chi mi ridà la mia famiglia?

La nostra storia e iniziata nel 1992. Avevamo tre figli, uno di dieci mesi, il secondo di due anni e uno di sei, quindi si può capire… Mio marito in quella situazione, io indirettamente: viene a mancare l’equilibrio in casa.

Quindi ho dovuto farmi carico dei figi, della famiglia e poi accudirli, cercare di non abbandonarli per tutto ciò che era necessario, economicamente, fisicamente… Quando i mass media annunciarono che i più pericolosi erano stati portati a Pianosa, essendo mio marito un semplice indagato incensurato, ovviamente era lungi da me qualsiasi pensiero che fra questi potesse esserci anche lui. Da premettere che io ho avuto la conferma che mio marito era a Pianosa a settembre; dal 19 luglio ho ricevuto il telegramma a settembre, non perché lui l’avesse spedito a settembre, ma perche bloccavano qualsiasi notizia. Raggiungere Pianosa era molto difficoltoso, molto dispendioso perché dalla Sicilia affrontare un viaggio simile avendo i bambini piccoli… La prima volta ho portato, per mera incoscienza, il piccolo che nel frattempo aveva compiuto un anno. Sono sempre stata dell’idea che un padre ha diritto a vedere i figli, al di là dei traumi che poi si creano e rimangono. Quindi portai il piccolo. Arrivammo là e fu come se arrivassero dei criminali. Ad iniziare dall’aliscafo con la passerella insicura per cui si rischiava – è successo più di una volta – che cedesse la passerella; solo perché una persona aveva l’abilità di raggiungere il molo altrimenti finiva in acqua. Poi schierati tutti, con un atteggiamento di guerra: cani, guardie, camion; si arrivava là e già si era intimoriti. Il primo colloquio è stato disastroso; intanto io sono partita alla mattina, col piccolo e ovviamente con esigenze varie, di alimentazione, di pannolini, di tutto quanto. Il bambino era ovviamente stanco. Arrivammo là e tutto era pieno di calcinacci, i bagni in condizioni penose. Posammo i nostri oggetti personali. Loro dovevano distribuirci l’acqua, ma per dispetto, nel momento in cui raggiungevamo l’Agrippa verso cui ci conducevano, versavano l’acqua a terra pur di non darcela e se un adulto può capire la situazione arrangiarsi, un bambino no, ma anche per gli adulti era difficile, era estate e dopo tutti i disagi passati… Il primo colloquio è stato penoso perché sono arrivati tutti… Mio marito non era anziano, però … tutti si reggevano i pantaloni per l’evidente calo di peso, dai quindici ai venti chili, tutti con lo sguardo basso perché non dovevano guardarci negli occhi. Le perquisizioni sono state indecenti. Questo non è uno Stato civile perché vi assicuro non è giusto. Noi nel colloquio ci trovavamo di fronte un vetro e un citofono, quindi quelle perquisizioni non erano degne, non erano necessarie. Però ci dovevamo completamente denudare, se avevamo il collant lo dovevamo abbassare, pur essendo trasparente, le mutande le dovevamo abbassare. Poi ho portato il secondo bambino perché chiedeva del padre. II piu piccolo non conosceva il padre, a dieci mesi si ha un ricordo vago. Il secondo invece chiedeva continuamente del padre.

La terza volta ho dovuto portare quella piu grande, di sei anni. Ovviamente ha subito lo stesso trattamento: perquisizione, abbassare lo slip. E queste cose sono rimaste all’interno di mia figlia e mia figlia non ha mai professato una parola, però ovviamente è un legame che non si ricrea perché direttamente o indirettamente siamo i responsabili di quello che è capitato loro. Siamo dei punti di riferimento comunque negativi per il male subito attraverso noi. Inoltre, non si poteva professare parola, era un ambiente in cui si era osteggiati al massimo, in ogni cosa. Se gli si portava un paio di mutande, non si poteva. Ogni volta che si portava qualcosa- solo indumenti e solo una volta al mese quando potevamo andarci – ogni volta c’era la classifica: questo no, quello no e quell’altro no; praticamente ci riportavamo tutto a casa perché c’era sempre questa tendenza a demolire qualunque cosa, a dimostrare che noi eravamo da eliminare. Non siamo certo stati trattati da esseri umani.

Io ho perso in parte il rapporto con i miei figli, dall’altra parte invece c’è gente che ha avuto gratificazioni, carriera, successo, medaglie. Noi per quello che abbiamo subito… Neanche l’opinione pubblica conosce sti aspetti perché ovviamente non c’è la volontà di far conoscere e comunque siamo emarginati perché, come si diceva questa mattina: “per essere stati dentro avranno fatto qualcosa”, l’opinione è questa. A noi per vent’anni hanno tolto la parte migliore della nostra vita. Noi stavamo costruendo una famiglia. Chi me la ridà la mia famiglia? Avevamo tre bambini e solo dopo vent’anni, l’8 agosto, come ha detto mio marito abbiamo avuto l’ultima sentenza perche abbiamo subito anche la confisca dei beni.

Quando mio marito è uscito ha avuto tre anni di sorveglianza speciale per cui io ho avuto tre più uno, quattro bambini addosso a me. Quando lui è uscito dal carcere sapete che ho fatto? Le mie resistenze sono cessate, è come se avessi passato il testimone. Ho dato i miei figli, mio marito ha preso in mano la famiglia. Sapete cosa mi ha detto il piccolo, che all’epoca aveva quasi quattro anni, quando mio marito è tornato a casa? È venuto in disparte e mi ha detto: “Mamma mandalo a casa sua” perché ovviamente questo padre cosa rappresentava per lui? Era una figura inesistente “Mamma mandalo a casa sua”. È ritornato mio marito ed è stato un po’ come se gli avessi passato il tesimone: sono andata in ospedale per un mese per dei problemi che mi sono rimasti. Chi ha pagato per questo? Siamo stati colpevoli di che cosa? I miei figli quali istituzioni debbono prendere come esempio, perché c’è tanta gente che delinque e non è punita, cè tanta gente che ha fatto abusi nei nostri confronti e non ha pagato.

Noi perché abbiamo pagato? Hanno risolto le stragi in questo modo? Perché tutto questo è stata una conseguenza delle stragi. O in ogni modo il fatto è stato che mio marito si trovava in quel carcere e quindi la stampa ha dovuto dimostrare che avevano reagito con energia… Ma quale energia? Nei confronti di chi?

[Maria Milazzo Labita, Le Cayenne italiane, a cura di Pasquale de Feo, Sensibili alle Foglie, 2016]

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61° giorno di sciopero della fame di Alfredo Cospito

Questo breve post, come quelli che lo precedono e quelli che seguiranno, sono un contributo alla campagna per l’eliminazione del regime del 41bis e dell’ergastolo ostativo.

Si tratta per lo più di brani tratti da libri di cui consiglio comunque l’acquisto e la lettura integrale. La mia speranza è che questi piccoli estratti riescano, per quanto possibile, a dare un’idea di quel che si può fare in nome dell’amministrazione della giustizia, in particolare quando si sceglie di intervenire a posteriori ossia mirando l’autore dell’atto indesiderato, senza il minimo interesse alle ragioni, personali o sociali, della genesi di tali atti.

Evidentemente la ricerca delle cause rischierebbe di sollevare delle questioni troppo scomode o complesse per gli equilibri del progresso borghese.

Queste pagine vogliono essere un cotributo di solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Anna, Juan e Ivan, contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.

Qui una parzialissima rassegna stampa sullo sciopero della fame di Alfredo

dicembre 2022

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