L’equivoco di Agamben

Nel 2016 è uscito, per i tipi di Neri Pozza, l’interessante libricino di Giorgio Agamben Che cos’è reale? La scomparsa di Majorana.

Prendendo spunto dall’enigmatica vicenda del fisico Ettore Majorana che il 25 Marzo 1938 si imbarcò su un traghetto che da Napoli portava a Palermo per poi scomparire nel nulla, Giorgio Agamben ripercorre le tracce del tremendo scossone dato dagli studi della Meccanica Quantistica alle certezze della scienza.

Il principio di indeterminazione di Heisenberg, il dualismo onda corpuscolo, la natura probabilistica dei fenomeni legati alle particelle elementari minarono al cuore gran parte delle certezze che la Fisica (scienza eccellente) aveva fino ad allora incarnato. Mentre proprio la Fisica, e di questa proprio gli studi sulla struttura atomica della materia, stavano per dar vita all’arma più catastrofica e micidiale mai inventata dall’uomo, studi teorici ed evidenze sperimentali mostravano concordemente la natura intrinsecamente inafferrabile della materia.

Così nel testo si ripercorre, rapidamente ma con attenta e vera passione, il progressivo sgretolarsi di queste certezze, con le parole di Majorana ma ancorpiù appoggiandosi al saggio La science et nous di Simone Weil (in Sur la science, Gallimard, Paris, 1966) .
Il positivismo è giunto al capolinea.

Peccato che il testo nasca e ruoti attorno a quello che, a parere di chi scrive, è un equivoco del tutto innecessario. Majorana, difatti, nelle parole dell’autore, si sarebbe ritirato dal mondo non perché divenuto anticipatamente consapevole della potenza distruttiva a cui puntavano le recenti ricerche ed acquisizioni della fisica nucleare (si prende questa tesi da Sciascia e il suo La scomparsa di Majorana, Adelphi, Milano, 2004) ma spinto dal fatto che il ruolo assunto dalla statistica a causa degli studi di Heisenberg, Shrodinger, Dirac, Fermi e così via ne stava facendo strumento di controllo (di comando) tanto della materia naturale quanto di quella sociale.

Alla fine questa vicenda ci insegna che dobbiamo imparare a vivere con la consapevolezza che ci sono delle cose che non sappiamo. Un salvifico argine ai delirî di onnipotenza a cui la storia ci ha abituato. Se da un lato dovrebbe, quindi, essere considerato improprio voler ostinatamente indagare su una scomparsa che è frutto di una scelta volontaria e matura, dall’altro, in questo caso, questa indagine più che aiutare a capire confonde.

Majorana così conclude il suo “Il valore delle scienze statistiche nella fisica e nelle scienze sociali” (1937):

“La disintegrazione di un atomo radioattivo può obbligare un contatore automatico a registrarlo con effetto meccanico, reso possibile da adatta amplificazione. Bastano quindi comuni artifici di laboratorio per preparare una catena complessa e vistosa di fenomeni che sia comandata (in corsivo) dalla disintegrazione accidentale di un solo atomo radioattivo. Non vi è nulla dal punto di vista strettamente scientifico che impedisca di considerare come plausibile che all’origine di avvenimenti umani possa trovarsi un fatto vitale egualmente semplice, invisibile e imprevedibile. Se è così, come noi riteniamo, le leggi statistiche delle scienze sociali vedono accresciuto il loro ufficio, che non è soltanto quello di stabilire empiricamente la risultante di un gran numero di cause sconosciute, ma soprattutto di dare della realtà una testimonianza immediata e concreta, la cui interpretazione richiede un’arte speciale, non ultimo sussidio dell’arte di governo.” (pag 16)

In questo passo, nota Agamben, ed è la chiave di volta della sua tesi,

“Ciò che Majorana sembra, però, suggerire è che proprio il carattere esclusivamente probabilistico dei fenomeni in questione nella fisica quantistica autorizza un intervento dello sperimentatore che gli permette di ‘comandare’ il fenomeno stesso in una certa direzione”. (pag. 17)

A parere di chi scrive, invece, quel che Majorana intende evidenziare è come ad un evento essenzialmente probabilistico e microscopico (che sarebbe l’essenza della realtà) sia possibile associare (o questo possa essere causa di) una serie di eventi deterministici macroscopici e che, nella trasposizione alle scienze sociali (sempre ammesso che questa sia una operazione lecita) ciò significa attribuire un significato più intrinseco alla legge statistica nella lettura dei fenomeni. Lo sperimentatore fisico con la sua osservazione non “comanda” il fenomeno probabilistico ma, anzi, ne è comandato, come comandata (in corsivo) è la catena di eventi associata al decadimento dell’atomo di cui parla Majorana.

Similmente, secondo questa trasposizione, sulla cui liceità, insisto, si dovrebbe riflettere – ma qui il problema sarebbe dello stesso Majorana -, la statistica sociale non è in grado di “comandare” alcun fenomeno in una data direzione (pensiero che Agamben attribuisce a Majorana) ma solo di prendere atto dello stato di un sistema di cui è incapace di prevedere e quindi controllare le origini. L’arte di governo consola così la sua impotenza nelle braccia dello statistico.

Da questo punto di vista la meccanica quantistica è più materialista che mai, relegando la scienza (e l’osservazione) alla mera funzione di prendere atto di una materia soggiacente di cui si è dimostrata scientificamente l’inafferrabilità.

A noi resta stabilire se nell’ottica della ricerca dell’essenza della realtà ci interessi di più il decadimento dell’atomo o la traiettoria di un proiettile (anch’esso spesso utile “sussidio dell’arte di governo”).

Vero è che quasi a volersi immedesimare nell’atomo radioattivo Majorana, scomparendo, ha determinato uno stato del sistema improbabile ma non impossibile, certo imprevedibile, che ha scatenato una serie di effetti (questi invece abbastanza prevedibili) la cui eco risuona ancora oggi.

OmmoT, 22 novembre 2017

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