il mezzo!

datw

Partendo dal hashtag #notav ho partecipato a qualche scambio su twitter che però ha dei limiti enormi. Risulta impossibile fare un ragionamento; vada per gli aforismi, i lanci di agenzia, i link, ma il ragionamento non ci sta. Al contrario il mezzo lascia spazio facilmente all’insulto e alla critica superficiale, che non fa bene a nessuno. Va bene la sintesi ma non esageriamo.

Quindi metto due appunti sparsi qui, piegando il blog al social network (anche questo non mi piace ma non trovo al momento alternative).

Il tema “quanti soldi hai preso” o “per quanto ti sei venduto” usato come argomento di critica non basta, anzi non serve a nulla.

È come dire “ti sei venduto al denaro”, “sostieni cose in cui non credi” o addirittura “dici delle falsità per interesse personale” quindi hai torto. Ma non è così che si misurano torti e ragioni né si puo’ pensare che la verità sia una sola e che in una diatriba la metà dei contendenti sbagli. Spesso i contrasti nascono dal contatto tra modelli – interessi – obbiettivi diversi, in cui ciascuno è ragionevolmente convinto di essere nel giusto.

Sui cantieri delle grandi opere i soldi che sono in ballo sono tanti, molti di più di quelli che possono aver intascato Ferraudo o Plano (se mai li hanno presi). Che i grandi appalti, i quali comportano grosse concentrazioni di denaro, stimolino dei voraci appetiti di profitto non credo stupisca nessuno. Che i grossi interessi speculativi portino a trascendere i confini della pubblica utilità e quindi a fregarsene è, credo, esperienza sotto gli occhi di tutti. Che questo genere di sospetti aleggi sul cantiere del costruendo tunnel della ValSusa non può quindi stupire.

Inoltre il grosso appalto spesso non è che l’anticamera per una crescita esponenziale dei costi (e dei guadagni di qualcuno). Si è visto con Expo dove le ditte aggiudicatrici dei bandi più consistenti hanno vinto al limite del ribasso, sicuri che in corso d’opera si sarebbero riuscite a riprendere lo sconto e ben di più.

(poi, nel caso della ValSusa, ci sono altre cose meno ovvie. Si dice che nella montagna c’è Uranio che è un materiale, oltre che nocivo, prezioso… si dice che ci possono essere interessi militari nell’avere un attraversamento veloce delle Alpi. Si dicono tante cose di cui però non si sa nulla)

La concentrazione di denaro, però, non è l’unico aspetto interessante della faccenda. La grande opera è una forma di concentrazione di potere, è l’esercizio centrale di controllo del territorio periferico. Quando Esposito scrive “la Val Susa è nelle mani salde e sicure dello Stato” rende chiaro il concetto, per altro non celato e anzi molto studiato, che lo Stato è altra cosa da coloro che lo vivono e gli danno vita. (Cfr. p. es. Giorgio Agamben, “Mezzi senza fine. Note sulla politica”, Torino: Bollati Boringhieri, 1996 o Walter Benjamin “Per la critica della violenza”. A cura di M. Tomba, Ed. Alegre 2011)

Detto questo si capisce che un piccolo territorio investito da una grande opera diviene facilmente crocevia di interessi contrastanti che coinvolgono una scala geografica e sociale più grande. Interessi che riguardano i soldi (spesi) ma anche i criteri della scelta, la riflessione sui modelli di sviluppo, le contraddizioni sociali e di classe che inevitabilmente si acuiscono quando l’entità astratta dello Stato si confronta con la concretezza delle persone che ne fanno parte.

Quindi anche il confronto tra NIMBY o IMBY è del tutto secondario. Il problema non è “il cantiere porta lavoro in ValSusa” o “il tunnel porta prestigio a Torino” o “la tratta serve alla mia economia” né “il cantiere mette a rischio le falde acquifere” o “il cantiere inquina” (anche se si tratta di questioni per nulla irrilevanti) .
E poi cosa significa NIMBY per una grande opera? Se io penso che mi stiano tagliando gli ammortizzatori sociali o che il ramo periferico di ferrovia che uso non venga manutenuto per pagare poi i cantieri dell’alta velocità e me ne lamento, sono IN MY BACKYARD o no?

No, in questi casi il problema si pone oggettivamente ad una scala superiore tanto della mazzetta quanto del giardino di casa.

È successo per le discariche, gli inceneritori. Sta succedendo per una grande quantità di opere ferroviarie e/o autostradali un po’ in tutta Italia, sta succedendo per le antenne MUOS a Niscemi.

Suppongo sia una contraddizione inevitabile ma non insuperabile in assoluto.

Non si tratta qui di confronto tra interesse comune e interesse locale ma tra grossa concentrazione (di denaro), grossi motivi speculativi, la (possibile/probabile) perdita di importanza dei criteri di pubblica utilità, il confronto tra astrazione Statale e soggetti reali, la conseguente grossa concentrazione di potere (la “zona di interesse nazionale” che richiama l’esercito), la quale, a sua volta, dà vita ad un contesto di carattere emergenziale che tende ad autoalimentarsi. L’emergenza, infatti, produce emergenza.

Che fare dunque?

Innanzitutto è utile cercare di non perdere la bussola.

[non dimenticando che quella della grecia omerica era una società schiavistica dove l’assemblea era costituita da una quota limitata della sola popolazione maschile e che le città erano di fatto delle piccole monarchie, vediamo qui un esempio storico di diversa modalità decisionale]

L’assemblea, insomma, non è un organo al servizio del re. È un’istanza autonoma del potere, che ha già raggiunto un certo livello di formalizzazione, quanto meno con riferimento ai modi del suo funzionamento.

Lo svolgimento dell’assemblea, infatti, è regolato da norme molto precise. Per cominciare, la convocazione di solito viene fatta dagli araldi “dalla voce sonora” che percorrono la città, invitando a gran voce la popolazione a riunirsi (Od., 2,6 sgg.; 8, 8 sgg.; Il., 9,9 sgg.). Solo una volta (ma si tratta dell’assemblea panachea) coloro che devono partecipare all’assemblea sono invitati “uno per uno senza gridare”, con una convocazione nominale fatta dagli araldi, per ordine di Agamennone (Il., 9,9 sgg.).

Le riunioni iniziano all’alba (Od., 2, 1-8), e si svolgono in un’apposita sede, ove la popolazione prende posto su sedili di pietra, secondo un ordine predeterminato. Tutti, nessuno escluso, hanno il diritto di partecipare all’assemblea e di prendervi la parola. Nell’assemblea panachea neppure a Tersite, il simbolo stesso dell’uomo dappoco, l’antitesi dell’eroe, viene negato questo diritto (Il., 2, 212 sgg.).

Chi parIa, di solito, si alza, spesso recandosi nel mezzo del cerchio composto dagli astanti, con un gesto, che dato il valore simbolico del cerchio e dell’atto di “porre nel centro” (eis meson), inteso come “mettere in comune” – sta forse a indicare, anche simbolicamente, che di ciò di cui si discute (anche se questione privata) viene investita !’intera comunità.

Al termine del discorso, chi ha parlato attende la reazione popolare, che si esprime in un’acclamazione. Chi non è d’accordo replica. A sera, se non è finita, la riunione viene interrotta, per essere ripresa all’alba (Il., 9, 65).

Infine, l’assemblea si conclude quando più nessuno “parla in contrario” (Il., 9,56). Mai, neppure alla fine, si procede a una votazione: l’unica forma di espressione della volontà popolare è l’acclamazione.

Eva Cantarella, “Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto”. Feltrinelli 2004. Cap 5 Articolazioni del potere, pag 89-90.

Un po’ di materiale su questi temi si trova anche qui.

ommot, settembre 2013

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