il dilemma del mattone arancione

Qualcuno dovrebbe studiare come è andata veramente questa campagna elettorale per le amministrative del Comune di Milano 2011 in cui il candidato Pisapia si è confrontato, e ha vinto, contro il sindaco uscente Letizia Moratti.


Qualcuno dovrebbe studiare il prima, il durante e il dopo (che ancora deve venire) di un confronto elettorale che ha visto in campo un pezzo della città invisibile contro la lobby del metrocubo. Naturalmente non è che Pisapia abbia vinto con la sola complicità della città invisibile, con lui era schierato un vasto arco politico – sociale: cattolici, democristiani, oltre ai naturali supporter di lista, PD, Sel, RifCom, Verdi, Radicali e così via; però sembra di poter dire che la dinamica folla di sostenitori, poco classificabile, ha contribuito in maniera determinante a caratterizzare il colore, arancione, di questa elezione.

L’Italia, si dice, più di altri paesi, come gli Stati Uniti e la Spagna, punta sul mattone per creare valore. A Milano questa tendenza si è concretizzata nella caparbia insistenza con cui l’amministrazione Moratti ha chiesto, ed alla fine ottenuto, di poter ospitare l’Expo 2015.

Gli effetti nefasti di questa inclinazione al mattone si sono visti presto, quando l’aumento di valore del terreno, in conseguenza delle aspettative create da Expo, ha determinato la chiusura di una serie di aziende dell’hinterland, con conseguente ascesa ai tetti delle stesse da parte delle maestranze incazzate a inaugurare, dopo l’anomalia INNSE, la stagione dei tetti, delle torri, in una parola, delle altezze.

Una prima analisi, ancora incompleta ma in progress, è stata compiuta con la rete dei lavoratori precari milanesi (www.precaria.org), quando abbiamo presentato una serie di dati in un convegno svoltosi a fine maggio 2009 dal titolo Welfare: mon amour. Tale momento di dibattito e approfondimento, teso a coniugare l’aspetto della soggettività del lavoro con il tema dell’adeguamento del welfare alle nuove condizioni di precarietà, si è fondamentalmente focalizzato sui soggetti che oggi costituiscono i segmenti principali della nuova composizione sociale del lavoro: i lavoratori manifatturieri, i migranti, le donne, i giovani lavoratori precari che operano nei settori di formazione medio-alta nella filiera del terziario immateriale. In questi segmenti si possono ritrovare, con modalità e intensità diverse, alcune pratiche conflittuali, relative alle contraddizioni che il quotidiano lavoro d’inchiesta, di conoscenza, ma anche di agitazione, di sovversione politica, è in grado di evidenziare. Si tratta di dinamiche che sono strettamente relazionate alle forme di governance territoriale, legate al progetto Expo.

Per quanto riguarda il lavoro manifatturiero sono reperibili molti dati sull’effetto della crisi, i licenziamenti, l’uso della cassa integrazione in deroga, la carenza di ammortizzatori sociali; le aree maggiormente interessate dai processi di ristrutturazione e di smantellamento in atto sono: l’area della cintura nord milanese, che va dalla direttrice Bresso-Monza fino a Rho, Pregnana. Sono noti i casi Eutelia a Pregnana Milanese, Lares e Metalli Preziosi a Paderno Dugnano, Nokia-Siemens verso Vimercate e Cusano Milanino. In queste aree sono presenti alcune fabbriche di medie dimensioni – in Italia ciò significa due-trecento dipendenti – che hanno avuto tutte – sottolineo tutte – una storia abbastanza analoga, in parte implicita nelle parole di Di Stefano quando affermava che è in corso un processo di finanziarizzazione e di svendita del fabbricato a uso industriale per ragioni essenzialmente speculative.
Questi terreni, alcuni ad alto tasso di inquinamento (come la Lares e la Metalli Preziosi a Paderno Dugnano), oramai irrecuperabili se non a costi elevati, hanno subìto un processo di elevata valorizzazione grazie al miraggio Expo2015; ciò è avvenuto nel momento stesso in cui questi terreni sono entrati a far parte delle aree interessate a processi di ristrutturazione della logistica infrastrutturale, come costruzione di alberghi, magazzini, reti ecc.
Un’area che presenta dinamiche simili è l’area sud di Milano, in particolare la zona di Trezzano sul Naviglio, dove si registra il caso Maflow, una fabbrica dell’indotto automobilistico. Ricordo che tutte queste realtà produttive non hanno subìto forti contraccolpi dalla crisi economica, anche grazie all’elevata specializzazione produttiva: per esempio, la Lares – Metalli Preziosi produceva semilavorati per l’industria delle telecomunicazioni e annoverava tra i clienti fissi società multinazionali come la Nokia e la Siemens: quindi produzioni meccaniche a medio-alto contenuto tecnologico, con una domanda stabile (se non in crescita), un’elevata competenza professionale della forza-lavoro (mediamente di scolarità medio-alta). Lo stesso vale per la Maflow, che era specializzata in impianti di condizionamento per auto e aveva clienti come la BMW.
In conclusione si tratta di realtà produttive provviste di una loro quota di mercato che sono state finanziarizzate al fine di ottenere maggiore valorizzazione dall’uso del terreno. Dalla creazione di valore aggiunto, fondato sull’attività produttiva, si è passati alla speculazione immobiliare. L’Expo ha favorito ampiamente un simile processo. Occorre aggiungere che queste dinamiche di finanziarizzazione e di speculazione territoriale non sono state assolutamente comprese (se non a posteriori, quando era troppo tardi) dalle forze sindacali: la conflittualità, financo espressa con azioni eclatanti (come salire sui tetti o sulle gru), si è sviluppata quando era già stato dichiarato lo stato di fallimento, in una situazione quindi in cui era ormai difficile fermare il meccanismo speculativo. L’unica eccezione si è avuta col caso Innse Presse, che però, proprio in quanto eccezione, non si è ripetuto.

(DI MALE IN PEGGIO, Discussione sulle dinamiche finanziarie, speculative e sicuritarie della Milano in marcia verso l’Expo – Sabato 13 febbraio 2010, CSOA Cox 18. Dall’intervento di Andrea Fumagalli)

O anche:

Perché la grande questione è che la rendita fondiaria non è più quella di un tempo ma passa attraverso gli stessi meccanismi di finanziarizzazione che conosce l’economia capitalistica nel suo complesso. Il pezzo di terra che uno possiede non ha più solo il valore che ha in base alla posizione che occupa sul terreno della città ma ha un valore di volta in volta diverso a seconda di quelle che sono le sue possibilità di valorizzazione. È come se esistessero i futures anche sulla proprietà della terra.
(Mario De Gaspari, Le lunghe ombre del diritto, Sabato 28 maggio 2011, Archivio Primo Moroni)

Contro la lobby del metro cubo, che più che una lobby è una strategia economica e una ideologia di potere, e contro il suo apparato immaginario fatto di progresso, modernità e grandiose trasformazioni ricche di effetti speciali (dai grattacieli sghembi agli orti verticali), corre un candidato anomalo, non emanazione di questo sistema di potere, come sarebbe stato l’archistar Boeri. Infinitamente più povero dell’avversario di risorse sia economiche che materiali, forte di una collocazione strategicamente fortunata nello scenario politico, non dovendo predicare per rincorrere ‘la sinistra’, con qualche santo televisivo e molta confusione nello schieramento avverso, Pisapia conduce una campagna elettorale assolutamente anomala. Di quel che si può dire non dice nulla.
Non si dice che il Comune di Milano ha tenuti nascosti i dati sulla nocività delle scuole pubbliche, non si dice che gli sgomberi di Rom vantati da De Corato sono avvenuti tutti contro le stesse persone e che sostanzialmente nulla è cambiato se non in peggio su quel fronte, e quando il sindaco uscente accusa lo sfidante di aver progettato un furto d’auto trent’anni fa non si dice del consigliere Pennisi preso con la mazzetta in mano o dell’assessore Massari dimessosi perché accusato da due donne di molestia sessuale.

Il candidato Pisapia rifiuta il bagno mediatico, contenendolo nella misura del necessario fino a negare, con ottimi argomenti, l’ultimo confronto con l’avversaria. Il candidato Pisapia non dà risposte, presenta un programma ricco ed articolato, sicuramente frutto di un grande ragionamento collettivo, e ascolta.

Pare incredibile ma è così, un candidato che ascolta, una guida che ti lascia parlare. L’effetto è dirompente. L’impressione è che chiunque possa sentirsi un po’ il candidato Pisapia. Di qui l’alzata di capo della folla invisibile che, facendo slalom tra il serio e il faceto, dona speranza ed entusiasmo ad una avventura che sembrava partire in salita. Il candidato Pisapia sembra pratichi l’AikiDo, combatte usando la forza e la parole dell’avversario e quest’ultimo si sente un po’ solo e sbarella più di quanto avrebbe potuto fare in uno scontro con un nemico più direttamente nemico.

Il silenzio del candidato Pisapia lascia spazio ad un immaginario che è vicino a chi è stufo di ricevere lezioni su cosa, come e quando e questo, nel silenzio, cresce fino a superare la potenza immaginifica della skyline, di zingaropoli, delle moschee, rendendo ridicolo ciò che fino a ieri sarebbe parso serio e grave.

Quindi sembra di dire che benché alla sostanza non sia accaduto nulla, qualcosa è successo nella sua rappresentazione.

Ora però si apre una fase nuova, di cui non tutto è imprevedibile.
Come si è detto, la speculazione ha innalzato in maniera fittizia il valore dei terreni sulla base di quello che si diceva che sarebbero potuti essere (e che interessava poco che fossero davvero perché il gioco serio era sul prezzo del metrocubo, non sul mattone vero e proprio).

L’onda arancione, non da sola, ma forte dei pennelli alla mano, ha sbeffeggiato la lobby della speculazione, dicendo sostanzialmente che non gliene frega niente di farsi fregare in nome di una torre sghemba (che anche salirci sul tetto non è facile). Questo basterà a trasformare i futures del mattone in foglie secche? Forse no, ma tanto più la spinta dei soggetti, dei loro desideri e dei loro bisogni sarà forte, tanto meno varrà il metrocubo.

Quindi il primo effetto concreto della folla invisibile è quello di svuotare le casse del Comune dei soldi “virtuali” con cui l’amministrazione manteneva la casa di Red Ronnie ma anche i dipendenti comunali, i consultori, e faceva quel poco – pochissimo – di manutenzione alle scuole.

Come farà Pisap? Non si può dire, ma qualcuno lo dovrebbe studiare e raccontare. La speranza dei rivoluzionari di un tempo era quella di poter invertire i ruoli nel saccheggio e depredare chi, fino ad allora, si era ingrassato della vita altrui (nella fattispecie si pensi ai noti Cabassi, Zunino, Coppola, Ligresti, ma anche Impregilo, BPM, Intesa, Unicredit, Mediobanca e così via). Questo un moderato arancione, spinto da una folla di pittori invisibili, insieme al cardinale Tettamanzi e a Piero Bassetti non lo può fare, neanche con l’AikiDo. Non sarà facile per lui cavarsela.

tommaso 6.6.2011

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2 risposte a il dilemma del mattone arancione

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