come un’epidemia

Supponiamo che ci sia una epidemia in corso, di una malattia che non ricade nella sfera dei medici di base né degli specialisti.
Di una malattia che nessuno considererebbe tale benché come tutte le malattie ci affligge e ci obbliga a comportamenti non voluti.

Questa malattia-non malattia è il non poter dire “non sono in regola”, “non ho capito”, “sono in torto”.

Immaginate un consesso di genti private dei loro mezzi che ancora difendono con energia il proprio essere, e immaginate che gli si racconti che l’essere inadeguati è innanzitutto sbagliato e quindi merita sanzione. A noi quel “quindi merita sanzione” ci ferisce ancora di più perché ci viene difficile spiegare e raccontare perché ad un errore segua una sanzione anziché una spiegazione, ma la minaccia ha il suo effetto.

La prima sanzione (che consegue direttamente dall’imperativo messaggio) è l’esclusione. Chi non ce la fa stia fuori, sia esso abile o meno adattabile. E chi è fuori sia additato come esempio di cio’ che non si deve fare -o meglio che non si deve essere perché qui non si parla di cio’ che si fa ma di ciò che si è.

Non si deve essere grassi, non si deve essere menomati, non si deve essere lenti, non si deve essere “diversi”.

Chi non ha visto il documentario “Il corpo delle donne” lo veda, chi lo ha visto lo riveda. La televisione ha contribuito a plasmare le nostre anime sul modello del “vincente”, del “bello”, del “giusto” senza lasciare traccia del fatto che prima di vincere (o perdere) bisogna poter scegliere la competizione, che il concetto di bello presuppone una relazione e che al giusto non corrisponde necessariamente un ingiusto.

Ma non è solo televisione, abbiamo avuto delle intere categorie sociali impiegate in quest’opera di modellizzazione del sé. Gli stranieri “extracomunitari” (i poveri) ladri perché stranieri (e non perché poveri). Ci “rubano” le donne non perché sono “belli” (che a loro non è dato) ma perché sono ontologicamente ladri. Gli zingari (che non sono necessariamente stranieri, “purtroppo” dice Maroni!) ci rubano i bambini perché sono zingari. Le donne, che possono essere sceme (anzi forse è meglio che lo siano) ma, loro si, possono e devono essere “belle”. I vecchi, che sono senz’altro inadatti a tutto, rimbambiti, malati, da sistemare… e così via.

In questo senso la pervasività del diritto (in particolare del diritto Penale) è la misura di quanto conti poter dispore di un confine tra lecito (la nostra parte) e l’illecito (l’altra). Non importa che questo diritto sia la rappresentazione di un potere altro, che sia del tutto incapace di capire i soggetti che pretende di giudicare. Poco importa, a volte lo sappiamo pure, ma vale molto perché segna il limite che ci mette al riparo.

E in questo biliardino cresciamo imparando a farci strada tenendoci lontani dal senso di sconfitta, di frustrazione, di rinuncia. Più siamo disadattati più ce ne dobbiamo vergognare e più ci viene da stare zitti. Chi non canta nel coro è un perdente ma spesso ha (almeno) imparato ad escludersi da solo.

Starcene in silenzio, autoaffliggerci l’esclusione, è un modo per condividere con quelli che non sopportiamo almeno il fatto che vi sia un torto nel nostro essere, per condividere almeno il principio della pena, per mostrare che in fondo un po’ di compatibilità l’abbiamo ancora anche se è proprio la compatibilità che ci esclude.

Ci resta la possibilità del mugugno, che non è la manifestazione di un diritto ma la rappresentazione interpersonale di un malcontento. Spesso il mugugno ribadisce il concetto che “loro” non sanno fare, “loro” sono sbagliati. “La gente non sa quello che dice”, invece noi si, non si pensi altrimenti, anche se non ci capita mai di dirlo per davvero. Come in una epidemia ci contagiamo vicendevolmente di questa non malattia.

Questo bel accrocchio è l’humus dell’autoritarismo e del mentecattismo, siamo più tesi a stare dentro che a seguire anche solo dei principi di buon senso. Anche il “non essere d’accordo” puo’ essere letto come una incapacità di stare nelle cose, il confine è labile, potrebbe trattarsi di un “non sapercela fare”, disaccordo sta diventando sinonimo di disadattamento, pensiamoci bene prima di esprimere del dissenso.

Il problema, prima ancora di avere il coraggio di cambiare,

è quello di osare dire “non lo so”.

tommaso, 11 novembre 2010

Anche su smontareiltripode.

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