capita talvolta

capita talvolta
che, con dubbio stile,
si confonda
il rifiuto della delega
con lo scaricabarile

ommot nov 2019

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Mastodon, Facebook e la censura

Qualche osservazione a caldo sulla censura di Facebook

– Facebook è una company, la sua mission è produrre valore non fare astrattamente del bene o del male.

L’affare Cambridge Analitica non gli ha fatto una buona pubblicità e ora sta cercando di correre ai ripari. Ha chiesto di avere delle regole agli Stati nazionali per scaricare la responsabilità dell’intervento esplicito sui contenuti (per esempio la cancellazione), che forse è la cosa che gli viene più difficile fare.

Nel frattempo prova a tappare da solo qualche buco.

Il primo caso notevole alla nostra evidenza è stata la chiusura delle pagine neofasciste [10 Settembre 2019]. Va notato che in quel caso non si è trattato della chiusura (definitiva o temporanea) di una pagina o un account a seguito di segnalazioni da parte di altri utenti, o almeno non solo di quello. Il fatto che in un giorno siano stati oscurati più di un centinaio di pagine/account significa che Facebook ha aperto una sua istruttoria, ha stilato una sua lista ed è passata autonomamente alla vie di fatto.

Presumibilmente la stessa cosa è stata fatta nell’oscuramento delle pagine in appoggio alla resistenza curda contro l’aggressione turca. Facebook, nel tutelare la sua immagine, si è fatto proattivo da meramente reattivo che era.

Ce la farà ad uscirne più pulito? No, non ce la farà.

– Le alternative (i.e. Mastodon) ci sono ma non permettono il bagno di folla del social massivo.

Una volta, con un gruppo di lavoro che studiava come fare una scuola libertaria, abbiamo chiesto a degli studenti liceali che si lamentavano della noiosità dei programmi scolastici e del fatto che nessuno li ascoltasse, se gli sarebbe piaciuto avere una scuola con meno compagni ma più vicini e dove si decideva insieme che cosa capire e come. Hanno detto assolutamente di no: per nulla al mondo avrebbero rinunciato alla pluralità di relazioni che il brodo scolastico permette. Non avrebbero voluto fare a meno del compagno secchione, del compagno antipatico, del compagno arrivato da chissà dove né a Franti. Non c’è da dargli torto.

– Le alternative possono servire per scambiare dei messaggi quando i canali ufficiali sono interrotti, hanno quindi una funzione di tattica utilità e per questo vanno coltivate e usate ma non possono fornire la stessa sensazione di bagno di folla offerta dal “social” comunemente detto, svolgono una funzione diversa.

– Sempre e comunque dobbiamo pensare che i rapporti di forza non possono essere costruiti online e che deve essere possibile spostare azione e attenzione su fatti concreti, almeno altrettanto concreti dei i profitti che Facebook genera (che non sono proprio la rigidità della materia ma godono di una buona credibilità e hanno una discreta capacità trasformativa).

– Facebook è una company, che segue ma contemporaneamente concorre a produrre consenso. Può essere che il suo muoversi segua anche desideri e/o suggerimenti di altri grossi gruppi. Fa parte delle regole dell’economia del capitale.

– Mastodon è essenzialmente altra cosa da FB, il suo senso è molto esemplificato dal fatto che un account non possa venire chiuso ex abrupto dall’alto. Se così non è allora non serve a niente.

23 10 2019

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il Traditore

È in programma nelle sale di questi tempi un film che gode dell’indiscusso successo di pubblico e critica. Il Traditore, di Marco Bellocchio (2019).

La pellicola racconta la storia di Tommaso Buscetta, tra i primi e forse il più importante, pentito di mafia.
In realtà il film non racconta la storia di Buscetta. Di lui non sappiamo come crebbe, se non che fu ultimo di 17 figli, non sappiamo come diventò grande nella sua grande famiglia che non fu però ‘la mafia’: “la mafia non esiste” dice Buscetta, è una invenzione dei giornali, “la nostra organizzazione si chiamava ‘Cosa Nostra’”. Non sappiamo, quindi, come e perché divenne un pezzo importante di quella ‘famiglia’, di cui, dice, si è sempre considerato un ‘semplice soldato’, rispettoso di regole e codici. Non sappiamo cosa fece in Brasile, dove passò due lunghe latitanze, se non che ebbe lì modo di risposarsi e rifarsi una calorosa famiglia oltreché sfuggire alla furia omicida dei corleonesi durante la seconda guerra di mafia dei primi anni ‘80.

Il film, e il titolo lo lascia ad intendere, vuole raccontare del percorso che portò Buscetta a diventare una delle più forti carte in mano allo dello Stato nella lotta contro Cosa Nostra.
C’è un filo che lega l’avvento dei corleonesi di Totò Riina con Palermo che diventa la capitale mondiale dell’eroina, il cambio radicale nei codici della famiglia, la guerra interna che lasciò centinaia di cadaveri (affiliati e parenti delle fazioni opposte, uomini, donne, bambini) sulle strade del capoluogo siciliano e quindi l’intervento dello Stato, le indagini di Giovanni Falcone che portarono al maxiprocesso alle cosche siciliane del 1986 e alla morte dello stesso Falcone nel 1992.

Vogliamo dare per buono che la sceneggiatura sia filologicamente corretta, il dialogo tra Buscetta e Pippo Calò nell’aula bunker di Palermo è una ricostruzione fedelissima di quanto realmente avvenne (e che ancora oggi si può vedere su YouTube) e non c’è motivo di sospettare che siano state fatte delle forzature fantasiose alla ricostruzione storica, forse anche in quel surreale corteo notturno di palermitani, con cartelli inneggianti “VIVA la Mafia che ci da lavoro” in cui incappa Buscetta, già pentito, mentre un’auto della polizia lo sta portando a testimoniare nell’aula Bunker del Tribunale di Palermo.

Il film quindi ci racconta quella che in fondo è una vicenda toccante. Un uomo cresciuto non sappiamo quanto al di fuori della legalità ma con un sacco di buoni principii e che proprio nel nome di questi, per porre freno ad un deteriorarsi del sistema di valori e delle regole interne della sua organizzazione extralegale sceglie di collaborare con lo Stato e mandarli tutti in galera, avversari e amici. Una redenzione che passa attraverso una delle più significative figure della lotta alla mafia, il giudice Giovanni Falcone appunto, a cui Buscetta affiderà una deposizione lunga più di 400 pagine.

Diciamo che a livello narrativo una trama che riesce a cortocircuitare la figura di un cattivo e di un superbuono, con una buona dose di sofferenze per entrambi, è in grado di generare il pathos necessario a tenere alta l’attenzione dello spettatore. In effetti il ritmo tiene, anche grazie alla magistrale interpretazione di Favino e Lo Cascio, per tutti i 148 minuti (che non sono pochi nel mondo abituato messaggi di 288 caratteri e della comunicazione in tempo reale).

Però c’è un però. Nel film manca la Palermo degli anni ‘30 e quella dell’arrivo degli Americani nel 1943, con l’appoggio e l’assistenza di uomini della mafia siciliana, quando Masino Buscetta venne svezzato e introdotto al codice e all’onore. Mancano i rapporti tra la mafia e la destra eversiva con il tentato coinvolgimento di Cosa Nostra nel progetto di golpe di Junio Valerio Borghese. Mancano i traffici internazionali di eroina e cocaina, la mafia italiana negli USA e i rapporti con il governo stesso degli Stati Uniti che contesero all’Italia il reprobo e che garantirono per lui alloggio e sicurezza negli ultimi anni della sua vita in cambio di altre confidenze sulla mafia italoamericana.

Il cinema ha una dimensione chiusa, 148 minuti non potevano che contenere i cenni di una vicenda così articolata che però rischia così di ridursi ad una storia di buoni sentimenti.

Ciò che manca più di tutto, però, è un punto d’osservazione meno concentrato sul particolare da cui si possa vedere come l’arrivo dell’eroina fu tollerato, se non voluto, dai poteri forti del nostro paese come utile strumento per tagliare le gambe ad una generazione ribelle e riottosa all’ordine e come dell’uso giuridico e dissennato dei pentiti esattamente in quegli stessi anni si faceva bastone a difesa dei poteri costituiti della prima Repubblica contro una classe sociale in rivoluzione. Non c’è traccia di come il fenomeno del pentitismo face strame delle regole della giustizia borghese (a cominciare da Cesare Beccaria) in nome di un’emergenza che non ha più smesso di essere. Il film zoomando sui personaggi principali e tralasciando i contorni diviene l’apologia dell’uso giuridico dei pentiti, vicenda questa per nulla edificante.

In tutto questo Buscetta, forse davvero più affezionato alle donne che al potere, fu trafficante di eroina e pentito giuridico e quindi rientra a pieno titolo in una storia importantissima di cui nel film non c’è neanche l’ombra.

È facile (oggi) fare scena mostrando un Andreotti senza pantaloni, aggiunge al duetto “superbuono” / “cattivo redento” la figura del politico cattivo, che alla fine vincerà per intelligenza e furbizia, lasciando gli eroi con un pugno di mosche in mano e gli spettatori in attesa della successiva puntata. Facile anche perché questa anima nera ormai è morta, come tutti i principali personaggi del film.

La trama ci racconta di due eroi opposti ma simili, Falcone e Buscetta, legati da un reciproco rispetto e da un compito simile: entrambi cercarono di rompere l’omertà delle loro rispettive famiglie.

In realtà, però, se non andiamo per forza in cerca di eroi, ciò che in questa storia non si vede ma c’è è che quelle persone che sfilavano per Palermo in quell’improbabile e surreale corteo, ossia i senza futuro, erano e sono i veri sconfitti, e che questa lotta tra lo Stato e le sue emergenze ha prodotto dei mostri con cui prima o poi qualcuno dovrà fare i conti lasciando i diseredati e gli oppressi, come sempre, da soli.

3 Agosto 2019

tommaso

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Diciamo così. Appunti sulla SeaWatch3

Diciamo così. Il governo italiano aveva 42 ostaggi che gli servivano per forzare una trattativa in corso con gli altri paesi Europei. La Sea-Watch3, infrangendo le regole, entrando in porto e facendoli sbarcare, li ha sgravati da questo pesante ruolo e li ha riconsegnati alla normalità, liberandoli dal ruolo di pedine dello scenario internazionale.

E’ la normalità di chi è arrivato, medesimo approdo stessa condizione, proprio nei giorni in cui la Sea-Watch era in attesa. Di chi è arrivato prima o arriverà dopo

E’ la normailtà di quelli che per avere un permesso di soggiorno devono accettare tassi di sfruttamento più alti degli altri e di chi, in assenza del permesso, è costretto all’inaccettabile per riuscire a sopravvivere.

Tornare ad una normalità relativa e inconcludente è un punto di partenza, non di arrivo.

Tutto questo in un sistema capitalista che non rinuncia ai profitti neocoloniali e che pratica lo sfruttamento più bieco degli ‘stranieri’, un sistema che, regolando le frontiere controlla il flusso di forza lavoro a basso costo e trasforma chi migra in un minaccioso invasore. Così ché la giusta rabbia verso i potenti diventa odio verso i più deboli, e una giusta lotta di liberazione diventa occasione per un sadico mattatoio.

Carola Rachete ha fatto la sua parte, il resto sta a noi.

0mmot 30/6/2019

Per gli amanti delle collisioni superficiali qui la manovra di attracco della SeaWatch3

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Plaga-SWF : Lode

Plaga-SWF
Lode

anche se…

…già lo sai…

«… me lo riprenda ancora una volta, signor Direttore, perché non segua una disgrazia in famiglia, lo faccia per pietà d’una povera donna! – E si coperse il viso con le mani singhiozzando. Franti teneva il viso basso, impassibile. Il Direttore lo guardò, stette un po’ pensando, poi disse: – Franti, va al tuo posto. – Allora la donna levò le mani dal viso, tutta racconsolata, e cominciò a dir grazie, grazie, senza lasciar parlare il Direttore, e s’avviò verso l’uscio, asciugandosi gli occhi, e dicendo affollatamente: – Figliuol mio, mi raccomando. Abbiano pazienza tutti. Grazie, signor Direttore, che ha fatto un’opera di carità. Buono, sai, figliuolo. Buon giorno, ragazzi. Grazie, a rivederlo, signor maestro. E scusino tanto, una povera mamma. E data ancora di sull’uscio un’occhiata supplichevole a suo figlio, se n’andò, raccogliendo lo scialle che strascicava, pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor tossire giù per le scale. Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise.»

Edmondo De Amicis
libro Cuore, diario del 28 gennaio

Il giovane Franti, prototipo della contestazione, dà il via, nel 1886 e grazie alla penna di De Amicis, allo scontro con la famiglia. Franti è l’insopportabile agli occhi della borghesia ottocentesca. Mentre questa disegna, nel quadro della recente “unità nazionale”, il perfetto ed imperituro equilibrio tra le classi, lui, Franti, rappresenta l’intollerabile punto di rottura, irrispettoso a tutto e per tutto.

Cuore lo congeda frettolosamente meno di due mesi dopo, nelle pagine del 6 marzo

“Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”.

Ci penserà Umberto Eco a riabilitarlo con l”Elogio di Franti” nel 1963 dopo che generazioni di studenti avevano appreso su di lui l’odio di classe. E noi, per ora, lì lo lasciamo.

Oggi, ascoltando “Lode” di Plaga-SWF prod. Mosees qualche domanda sorge spontanea.

“Saremo famiglia prima che saremo famosi” cantavano due anni fa nella “Sagrada Familia” e oggi la stessa invocazione segna l’incipit di “Lode”: «e la famiglia eeeh».

Trap ma non trash, musicalmente notevole, Plaga e la South West Familia non hanno pace.

«Iperattivo… la tachicardia la mattina», «porte spaccate perché trovate bloccate», «da dove mi trovo non si vedono le stelle, si fa strada solo raccontando palle». Ma nonostante tutto non giocano l’inutile utopia del trapper mainstream: «mio frate mi molla un cremino, lo fumo e sto peggio di prima». La sostanza, se c’è consola «voglio una bottiglia e così non piango» e poi da qui scompare.

Di positivo resta «mio fratello Gambo mi fece vedere i segreti della poesia del marciapiede» e «un’aquila reale che impara a volare», non è poco, insieme a un capace e potente giocare con le parole che ricorda la “carrucola” di Montale

«Plaga è pazzesco e scomposto esco un po’ sconvolto dal posto scontento del costo al costo[?] guardiani guardate a posto», e solo qui è ammesso riprendere fiato.

Pur partendo dalla strada, che è l’equivalente dell’ultimo banco di Franti, P-SWF non rompe e cerca di restare agganciato a qualcosa «convinto che non possa esistere la pace dei sensi e che la cultura fa un uomo pure senza diploma». Sente il terreno mancare sotto i piedi ma non si scoraggia.

Cosa abbiamo quindi? Come vola l’aquila nella strada di Gambo? Quel che ci aiuta è la ‘famiglia’, si capisce, è ‘il gruppo’, ed è la cosa realmente importante: «la mia squadra crede in me, e ci crede di brutto e in zona mi offrono le cene, sanno che ripagherò tutto» ma un’uscita si vede, seppure tragica: «una volta per tutte vi lascerò tra macerie di materie di mura distrutte», e così il confine del Sud Ovest, «dio benedica il mio nome ed il Sud Ovest», una metafora dello stare insieme.

Non è (per ora) una famiglia divisiva, non dice ‘siamo meglio di voi’, né esplicitamente inclusiva ‘vi aspettiamo a braccia aperte’. E’ e basta. Un artificio per rimarcare un’identità. (anche se «non ho mai preso lodi, in giro lodano Plaghito» potrebbe aprire una voragine)

«come cazzo fa» …

Aspettiamo.
La natura delle cose è quella di divenire: questa ‘famiglia’ P-SWF, è autoprodotta, nasce per scelta, è per questo del tutto diversa da quella con cui Franti rompeva. Nel contempo è pure diversa da quei ‘gruppi’ (classe allora si diceva, senza per questo pensare alla scuola) che contavano molto sulla solidarietà, più che mai sul «no infami, non ho mai tradito», uniti dalla condivisione di un progetto più che di un luogo.
Ultimo ma non ultimo, P-SWF scoprirà – speriamo, perché può farlo – il femminile, del tutto assente dalla scena Trap mondiale, l’altra metà del cielo. Anch’essa è e basta :-).

0mmot, 10 maggio 2019

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le case di carta

(pensierino in due diversi registri)

diciamo così:

la giudice Manuela Cannavale, dando seguito alle richieste dei Pubblico Ministero Piero Basilone, venuta a conoscenza del fatto che a Milano vi sono numerosissimi appartamenti di “edilizia residenziale pubblica” non assegnati, che vi sono tutt’oggi migliaia di nuclei familiari lasciati “per anni” ad aspettare “pazientemente” e con “impensabili sacrifici” che gli venga riconosciuto un alloggio popolare, che famiglie intere (spesso con figli minori) vengono private di un tetto con la forza e con l’inganno e che questi interventi vengono svolti con un cospiquo dispendio ingente di forze dell’ordine,

venuta altresì a conoscenza che alcuni individui, a titolo totalmente gratuito, senza vertici né gerarchie, si preoccupano di “rendere abitabili” detti alloggi, cosicché possano concretamente offrire riparo e conforto, senza alcun onere né interesse aggiuntivo per lo Stato

anziché chiedersi cosa stia succedendo e intervenire tempestivamente allo scopo di frenare il mancato utilizzo di risorse e l’accresciuto del disagio per persone che già “versavano in difficoltà”, decide di investire tempo e denaro per istruire un procedimento a carico degli operosi costringendoli, come “pena cautelare” a risiedere, senza poterla abbandonare, in una dimora di elezione con il divieto di farne condivisione e procurando un evidente danno diretto per le famiglie in stato di necessità e indiretto per l’intera collettività.

diciamo così:

la giudice Manuela Cannavale ha saputo dal Pubblico Ministero Piero Basilone che a Milano vi sono moltissime case popolari lasciate vuote e che ci sono migliaia di famiglie aspettano per anni di avere assegnato un alloggio e che, anzi!, famiglie intere (spesso con bambini) vengono sfrattate con la forza e con l’inganno e che questi sgomberi sono fatti da un gran numero di sbirri.

La stessa giudice ha anche saputo che un gruppo di persone, senza un capo e senza chiedere soldi a nessuno, ha cercato di far abitare queste case, per dare un tetto a chi ne ha bisogno ed è disposto prendere le decisioni insieme.

La giudice, una volta che ha saputo queste cose, non si è fatta delle domande e non si è preoccupata che delle persone restassero senza una casa ma, anzi!, ha accusato il gruppo “senza capo e senza soldi” obbligandoli a stare ciascuno in un appartamento diverso ma vietandogli di ospitare (o anche solo ricevere in visita) conoscenti o amici.
Così chi non l’aveva è rimasto senza un tetto e tutti noi siamo diventati più tristi e incazzati.

così va il mondo,
oirartnoc la odnom li
così va il mondo
il domon al trariocon
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Il desiderio di galera è inutile e orrendo

Il desiderio di galera è inutile e orrendo.

Un paravento per chi, per paura o debolezza, non si concede il diritto di essere parte della realtà rinunciando così ai vantaggi e alle responsabilità che ne derivano.
Anche scontrarsi è capire, giudicare è uccidere vigliaccamente.

.0t. 1.2.19

(più lungo qui: https://trecappelli.wordpress.com/treni-sorvegliati/)

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due note sul fascismo

Il fascismo è il male di pancia della classe media.

È il Partito (p maiuscola) della Borghesia Nazionale.

In tempi di penuria di mezzi questa si difende, o pensa di farlo, serrando le righe. Difende il diritto alla conservazione delle sue proprietà minacciate dalla crisi.

Un tempo ha temuto (a buona ragione) le sollevazioni popolari oggi teme maggiormente le grosse concentrazioni e i capitali multinazionali. (il fascismo non è l’imperialismo, anzi questi sul lungo periodo sono antagonisti anche se possono talvolta trovare utilità l’uno nell’altro)

Ciò che il fascismo non metterà mai in discussione è la proprietà privata e lo Stato.

Un tempo al proletario era chiaro che la proprietà [dei mezzi di produzione] non l’avrebbe mai avuta, neanche aspettando mille anni, questo gli rendeva più facile non essere fascista.

Oggi molti lavoratori nei paesi a capitalismo avanzato sono un po’ proprietari di qualche sgangherato mezzuccio di produzione e per questo più facilmente portati ad essere fascisti.

Questo naturalmente non vale per tutti, non vale per buona parte degli immigrati, che sono i nuovi proletari dei paesi a capitalismo avanzato, e per i lavoratori dei paesi con un capitalismo in crescita, una classe media in formazione e con condizioni di lavoro ancora di stampo simil-fordista.

Della proprietà – ahimé – si parla poco, ma credo che farlo porrebbe un discrimine chiaro e, forse, permetterebbe di definire più nettamente quella parte che fa il partito di parte (p minuscola).

Un atto radicalmente opposto al fascismo è saper ammettere quando si ha sbagliato, il che significa non volersi appropriare della verità (o della ragione, a seconda di come la si vuole vedere).
Lo è anche difendere fortemente la proprie motivazioni senza pero’ pensare di dover essere sempre il centro della pista da ballo, per non finire con l’appropriarsi della storia.

Il fascismo gioca facile con il vuoto identitario. Con il connubio di simbologia e retorica del potere propone una facile risposta alla domanda ‘chi sono’ che volente o nolente affligge uomini e donne da molto tempo. Nella risoluzione di una discordia fare riferimento ad una autorità terza è enormemente più facile che farsene carico direttamente. Il principio di autorità, quindi, è un ragionevole approdo per chi non voglia far fatica e abbia qualcosa da proteggere, mentre è molto più impervio per chi da proteggere non ha nulla. Un’identità costruita attorno al principio di autorità è qualcosa che si avvicina molto al fascismo.

Nella versione a cui siamo abituati il fascismo fa molto tifoseria, collettivi di studenti fascisti e antifascisti spiegano poco le loro ragioni e i loro obiettivi, prendono posizione in un campo ideologico cedevole e insidioso come le sabbie mobili.

In realtà non è tanto il fascismo a diventare facilmente tifoseria ma la tifoseria a diventare facilmente fascismo. Ogni tifoseria porta in sé il germe di una soluzione (troppo) facile al problema dell’identità.

Forse è anche questo che Foucault intende quando dice che bisogna:

“rimuovere il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento”.

[Prefazione all’edizione inglese di Deleuze-Guattari, Antiedipo (1977) in “Foucault Il filosofo militante” p. 242]

Ommot feb 2018

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