Diciamo così. Appunti sulla SeaWatch3

Diciamo così. Il governo italiano aveva 42 ostaggi che gli servivano per forzare una trattativa in corso con gli altri paesi Europei. La Sea-Watch3, infrangendo le regole, entrando in porto e facendoli sbarcare, li ha sgravati da questo pesante ruolo e li ha riconsegnati alla normalità, liberandoli dal ruolo di pedine dello scenario internazionale.

E’ la normalità di chi è arrivato, medesimo approdo stessa condizione, proprio nei giorni in cui la Sea-Watch era in attesa. Di chi è arrivato prima o arriverà dopo

E’ la normailtà di quelli che per avere un permesso di soggiorno devono accettare tassi di sfruttamento più alti degli altri e di chi, in assenza del permesso, è costretto all’inaccettabile per riuscire a sopravvivere.

Tornare ad una normalità relativa e inconcludente è un punto di partenza, non di arrivo.

Tutto questo in un sistema capitalista che non rinuncia ai profitti neocoloniali e che pratica lo sfruttamento più bieco degli ‘stranieri’, un sistema che, regolando le frontiere controlla il flusso di forza lavoro a basso costo e trasforma chi migra in un minaccioso invasore. Così ché la giusta rabbia verso i potenti diventa odio verso i più deboli, e una giusta lotta di liberazione diventa occasione per un sadico mattatoio.

Carola Rachete ha fatto la sua parte, il resto sta a noi.

0mmot 30/6/2019

Per gli amanti delle collisioni superficiali qui la manovra di attracco della SeaWatch3

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Plaga-SWF : Lode

Plaga-SWF
Lode

anche se…

…già lo sai…

«… me lo riprenda ancora una volta, signor Direttore, perché non segua una disgrazia in famiglia, lo faccia per pietà d’una povera donna! – E si coperse il viso con le mani singhiozzando. Franti teneva il viso basso, impassibile. Il Direttore lo guardò, stette un po’ pensando, poi disse: – Franti, va al tuo posto. – Allora la donna levò le mani dal viso, tutta racconsolata, e cominciò a dir grazie, grazie, senza lasciar parlare il Direttore, e s’avviò verso l’uscio, asciugandosi gli occhi, e dicendo affollatamente: – Figliuol mio, mi raccomando. Abbiano pazienza tutti. Grazie, signor Direttore, che ha fatto un’opera di carità. Buono, sai, figliuolo. Buon giorno, ragazzi. Grazie, a rivederlo, signor maestro. E scusino tanto, una povera mamma. E data ancora di sull’uscio un’occhiata supplichevole a suo figlio, se n’andò, raccogliendo lo scialle che strascicava, pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor tossire giù per le scale. Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise.»

Edmondo De Amicis
libro Cuore, diario del 28 gennaio

Il giovane Franti, prototipo della contestazione, dà il via, nel 1886 e grazie alla penna di De Amicis, allo scontro con la famiglia. Franti è l’insopportabile agli occhi della borghesia ottocentesca. Mentre questa disegna, nel quadro della recente “unità nazionale”, il perfetto ed imperituro equilibrio tra le classi, lui, Franti, rappresenta l’intollerabile punto di rottura, irrispettoso a tutto e per tutto.

Cuore lo congeda frettolosamente meno di due mesi dopo, nelle pagine del 6 marzo

“Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”.

Ci penserà Umberto Eco a riabilitarlo con l”Elogio di Franti” nel 1963 dopo che generazioni di studenti avevano appreso su di lui l’odio di classe. E noi, per ora, lì lo lasciamo.

Oggi, ascoltando “Lode” di Plaga-SWF prod. Mosees qualche domanda sorge spontanea.

“Saremo famiglia prima che saremo famosi” cantavano due anni fa nella “Sagrada Familia” e oggi la stessa invocazione segna l’incipit di “Lode”: «e la famiglia eeeh».

Trap ma non trash, musicalmente notevole, Plaga e la South West Familia non hanno pace.

«Iperattivo… la tachicardia la mattina», «porte spaccate perché trovate bloccate», «da dove mi trovo non si vedono le stelle, si fa strada solo raccontando palle». Ma nonostante tutto non giocano l’inutile utopia del trapper mainstream: «mio frate mi molla un cremino, lo fumo e sto peggio di prima». La sostanza, se c’è consola «voglio una bottiglia e così non piango» e poi da qui scompare.

Di positivo resta «mio fratello Gambo mi fece vedere i segreti della poesia del marciapiede» e «un’aquila reale che impara a volare», non è poco, insieme a un capace e potente giocare con le parole che ricorda la “carrucola” di Montale

«Plaga è pazzesco e scomposto esco un po’ sconvolto dal posto scontento del costo al costo[?] guardiani guardate a posto», e solo qui è ammesso riprendere fiato.

Pur partendo dalla strada, che è l’equivalente dell’ultimo banco di Franti, P-SWF non rompe e cerca di restare agganciato a qualcosa «convinto che non possa esistere la pace dei sensi e che la cultura fa un uomo pure senza diploma». Sente il terreno mancare sotto i piedi ma non si scoraggia.

Cosa abbiamo quindi? Come vola l’aquila nella strada di Gambo? Quel che ci aiuta è la ‘famiglia’, si capisce, è ‘il gruppo’, ed è la cosa realmente importante: «la mia squadra crede in me, e ci crede di brutto e in zona mi offrono le cene, sanno che ripagherò tutto» ma un’uscita si vede, seppure tragica: «una volta per tutte vi lascerò tra macerie di materie di mura distrutte», e così il confine del Sud Ovest, «dio benedica il mio nome ed il Sud Ovest», una metafora dello stare insieme.

Non è (per ora) una famiglia divisiva, non dice ‘siamo meglio di voi’, né esplicitamente inclusiva ‘vi aspettiamo a braccia aperte’. E’ e basta. Un artificio per rimarcare un’identità. (anche se «non ho mai preso lodi, in giro lodano Plaghito» potrebbe aprire una voragine)

«come cazzo fa» …

Aspettiamo.
La natura delle cose è quella di divenire: questa ‘famiglia’ P-SWF, è autoprodotta, nasce per scelta, è per questo del tutto diversa da quella con cui Franti rompeva. Nel contempo è pure diversa da quei ‘gruppi’ (classe allora si diceva, senza per questo pensare alla scuola) che contavano molto sulla solidarietà, più che mai sul «no infami, non ho mai tradito», uniti dalla condivisione di un progetto più che di un luogo.
Ultimo ma non ultimo, P-SWF scoprirà – speriamo, perché può farlo – il femminile, del tutto assente dalla scena Trap mondiale, l’altra metà del cielo. Anch’essa è e basta :-).

0mmot, 10 maggio 2019

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le case di carta

(pensierino in due diversi registri)

diciamo così:

la giudice Manuela Cannavale, dando seguito alle richieste dei Pubblico Ministero Piero Basilone, venuta a conoscenza del fatto che a Milano vi sono numerosissimi appartamenti di “edilizia residenziale pubblica” non assegnati, che vi sono tutt’oggi migliaia di nuclei familiari lasciati “per anni” ad aspettare “pazientemente” e con “impensabili sacrifici” che gli venga riconosciuto un alloggio popolare, che famiglie intere (spesso con figli minori) vengono private di un tetto con la forza e con l’inganno e che questi interventi vengono svolti con un cospiquo dispendio ingente di forze dell’ordine,

venuta altresì a conoscenza che alcuni individui, a titolo totalmente gratuito, senza vertici né gerarchie, si preoccupano di “rendere abitabili” detti alloggi, cosicché possano concretamente offrire riparo e conforto, senza alcun onere né interesse aggiuntivo per lo Stato

anziché chiedersi cosa stia succedendo e intervenire tempestivamente allo scopo di frenare il mancato utilizzo di risorse e l’accresciuto del disagio per persone che già “versavano in difficoltà”, decide di investire tempo e denaro per istruire un procedimento a carico degli operosi costringendoli, come “pena cautelare” a risiedere, senza poterla abbandonare, in una dimora di elezione con il divieto di farne condivisione e procurando un evidente danno diretto per le famiglie in stato di necessità e indiretto per l’intera collettività.

diciamo così:

la giudice Manuela Cannavale ha saputo dal Pubblico Ministero Piero Basilone che a Milano vi sono moltissime case popolari lasciate vuote e che ci sono migliaia di famiglie aspettano per anni di avere assegnato un alloggio e che, anzi!, famiglie intere (spesso con bambini) vengono sfrattate con la forza e con l’inganno e che questi sgomberi sono fatti da un gran numero di sbirri.

La stessa giudice ha anche saputo che un gruppo di persone, senza un capo e senza chiedere soldi a nessuno, ha cercato di far abitare queste case, per dare un tetto a chi ne ha bisogno ed è disposto prendere le decisioni insieme.

La giudice, una volta che ha saputo queste cose, non si è fatta delle domande e non si è preoccupata che delle persone restassero senza una casa ma, anzi!, ha accusato il gruppo “senza capo e senza soldi” obbligandoli a stare ciascuno in un appartamento diverso ma vietandogli di ospitare (o anche solo ricevere in visita) conoscenti o amici.
Così chi non l’aveva è rimasto senza un tetto e tutti noi siamo diventati più tristi e incazzati.

così va il mondo,
oirartnoc la odnom li
così va il mondo
il domon al trariocon
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Il desiderio di galera è inutile e orrendo

Il desiderio di galera è inutile e orrendo.

Un paravento per chi, per paura o debolezza, non si concede il diritto di essere parte della realtà rinunciando così ai vantaggi e alle responsabilità che ne derivano.
Anche scontrarsi è capire, giudicare è uccidere vigliaccamente.

.0t. 1.2.19

(più lungo qui: https://trecappelli.wordpress.com/treni-sorvegliati/)

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due note sul fascismo

Il fascismo è il male di pancia della classe media.

È il Partito (p maiuscola) della Borghesia Nazionale.

In tempi di penuria di mezzi questa si difende, o pensa di farlo, serrando le righe. Difende il diritto alla conservazione delle sue proprietà minacciate dalla crisi.

Un tempo ha temuto (a buona ragione) le sollevazioni popolari oggi teme maggiormente le grosse concentrazioni e i capitali multinazionali. (il fascismo non è l’imperialismo, anzi questi sul lungo periodo sono antagonisti anche se possono talvolta trovare utilità l’uno nell’altro)

Ciò che il fascismo non metterà mai in discussione è la proprietà privata e lo Stato.

Un tempo al proletario era chiaro che la proprietà [dei mezzi di produzione] non l’avrebbe mai avuta, neanche aspettando mille anni, questo gli rendeva più facile non essere fascista.

Oggi molti lavoratori nei paesi a capitalismo avanzato sono un po’ proprietari di qualche sgangherato mezzuccio di produzione e per questo più facilmente portati ad essere fascisti.

Questo naturalmente non vale per tutti, non vale per buona parte degli immigrati, che sono i nuovi proletari dei paesi a capitalismo avanzato, e per i lavoratori dei paesi con un capitalismo in crescita, una classe media in formazione e con condizioni di lavoro ancora di stampo simil-fordista.

Della proprietà – ahimé – si parla poco, ma credo che farlo porrebbe un discrimine chiaro e, forse, permetterebbe di definire più nettamente quella parte che fa il partito di parte (p minuscola).

Un atto radicalmente opposto al fascismo è saper ammettere quando si ha sbagliato, il che significa non volersi appropriare della verità (o della ragione, a seconda di come la si vuole vedere).
Lo è anche difendere fortemente la proprie motivazioni senza pero’ pensare di dover essere sempre il centro della pista da ballo, per non finire con l’appropriarsi della storia.

Il fascismo gioca facile con il vuoto identitario. Con il connubio di simbologia e retorica del potere propone una facile risposta alla domanda ‘chi sono’ che volente o nolente affligge uomini e donne da molto tempo. Nella risoluzione di una discordia fare riferimento ad una autorità terza è enormemente più facile che farsene carico direttamente. Il principio di autorità, quindi, è un ragionevole approdo per chi non voglia far fatica e abbia qualcosa da proteggere, mentre è molto più impervio per chi da proteggere non ha nulla. Un’identità costruita attorno al principio di autorità è qualcosa che si avvicina molto al fascismo.

Nella versione a cui siamo abituati il fascismo fa molto tifoseria, collettivi di studenti fascisti e antifascisti spiegano poco le loro ragioni e i loro obiettivi, prendono posizione in un campo ideologico cedevole e insidioso come le sabbie mobili.

In realtà non è tanto il fascismo a diventare facilmente tifoseria ma la tifoseria a diventare facilmente fascismo. Ogni tifoseria porta in sé il germe di una soluzione (troppo) facile al problema dell’identità.

Forse è anche questo che Foucault intende quando dice che bisogna:

“rimuovere il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento”.

[Prefazione all’edizione inglese di Deleuze-Guattari, Antiedipo (1977) in “Foucault Il filosofo militante” p. 242]

Ommot feb 2018

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L’equivoco di Agamben

Nel 2016 è uscito, per i tipi di Neri Pozza, l’interessante libricino di Giorgio Agamben Che cos’è reale? La scomparsa di Majorana.

Prendendo spunto dall’enigmatica vicenda del fisico Ettore Majorana che il 25 Marzo 1938 si imbarcò su un traghetto che da Napoli portava a Palermo per poi scomparire nel nulla, Giorgio Agamben ripercorre le tracce del tremendo scossone dato dagli studi della Meccanica Quantistica alle certezze della scienza.

Il principio di indeterminazione di Heisenberg, il dualismo onda corpuscolo, la natura probabilistica dei fenomeni legati alle particelle elementari minarono al cuore gran parte delle certezze che la Fisica (scienza eccellente) aveva fino ad allora incarnato. Mentre proprio la Fisica, e di questa proprio gli studi sulla struttura atomica della materia, stavano per dar vita all’arma più catastrofica e micidiale mai inventata dall’uomo, studi teorici ed evidenze sperimentali mostravano concordemente la natura intrinsecamente inafferrabile della materia.

Così nel testo si ripercorre, rapidamente ma con attenta e vera passione, il progressivo sgretolarsi di queste certezze, con le parole di Majorana ma ancorpiù appoggiandosi al saggio La science et nous di Simone Weil (in Sur la science, Gallimard, Paris, 1966) .
Il positivismo è giunto al capolinea.

Peccato che il testo nasca e ruoti attorno a quello che, a parere di chi scrive, è un equivoco del tutto innecessario. Majorana, difatti, nelle parole dell’autore, si sarebbe ritirato dal mondo non perché divenuto anticipatamente consapevole della potenza distruttiva a cui puntavano le recenti ricerche ed acquisizioni della fisica nucleare (si prende questa tesi da Sciascia e il suo La scomparsa di Majorana, Adelphi, Milano, 2004) ma spinto dal fatto che il ruolo assunto dalla statistica a causa degli studi di Heisenberg, Shrodinger, Dirac, Fermi e così via ne stava facendo strumento di controllo (di comando) tanto della materia naturale quanto di quella sociale.

Alla fine questa vicenda ci insegna che dobbiamo imparare a vivere con la consapevolezza che ci sono delle cose che non sappiamo. Un salvifico argine ai delirî di onnipotenza a cui la storia ci ha abituato. Se da un lato dovrebbe, quindi, essere considerato improprio voler ostinatamente indagare su una scomparsa che è frutto di una scelta volontaria e matura, dall’altro, in questo caso, questa indagine più che aiutare a capire confonde.

Majorana così conclude il suo “Il valore delle scienze statistiche nella fisica e nelle scienze sociali” (1937):

“La disintegrazione di un atomo radioattivo può obbligare un contatore automatico a registrarlo con effetto meccanico, reso possibile da adatta amplificazione. Bastano quindi comuni artifici di laboratorio per preparare una catena complessa e vistosa di fenomeni che sia comandata (in corsivo) dalla disintegrazione accidentale di un solo atomo radioattivo. Non vi è nulla dal punto di vista strettamente scientifico che impedisca di considerare come plausibile che all’origine di avvenimenti umani possa trovarsi un fatto vitale egualmente semplice, invisibile e imprevedibile. Se è così, come noi riteniamo, le leggi statistiche delle scienze sociali vedono accresciuto il loro ufficio, che non è soltanto quello di stabilire empiricamente la risultante di un gran numero di cause sconosciute, ma soprattutto di dare della realtà una testimonianza immediata e concreta, la cui interpretazione richiede un’arte speciale, non ultimo sussidio dell’arte di governo.” (pag 16)

In questo passo, nota Agamben, ed è la chiave di volta della sua tesi,

“Ciò che Majorana sembra, però, suggerire è che proprio il carattere esclusivamente probabilistico dei fenomeni in questione nella fisica quantistica autorizza un intervento dello sperimentatore che gli permette di ‘comandare’ il fenomeno stesso in una certa direzione”. (pag. 17)

A parere di chi scrive, invece, quel che Majorana intende evidenziare è come ad un evento essenzialmente probabilistico e microscopico (che sarebbe l’essenza della realtà) sia possibile associare (o questo possa essere causa di) una serie di eventi deterministici macroscopici e che, nella trasposizione alle scienze sociali (sempre ammesso che questa sia una operazione lecita) ciò significa attribuire un significato più intrinseco alla legge statistica nella lettura dei fenomeni. Lo sperimentatore fisico con la sua osservazione non “comanda” il fenomeno probabilistico ma, anzi, ne è comandato, come comandata (in corsivo) è la catena di eventi associata al decadimento dell’atomo di cui parla Majorana.

Similmente, secondo questa trasposizione, sulla cui liceità, insisto, si dovrebbe riflettere – ma qui il problema sarebbe dello stesso Majorana -, la statistica sociale non è in grado di “comandare” alcun fenomeno in una data direzione (pensiero che Agamben attribuisce a Majorana) ma solo di prendere atto dello stato di un sistema di cui è incapace di prevedere e quindi controllare le origini. L’arte di governo consola così la sua impotenza nelle braccia dello statistico.

Da questo punto di vista la meccanica quantistica è più materialista che mai, relegando la scienza (e l’osservazione) alla mera funzione di prendere atto di una materia soggiacente di cui si è dimostrata scientificamente l’inafferrabilità.

A noi resta stabilire se nell’ottica della ricerca dell’essenza della realtà ci interessi di più il decadimento dell’atomo o la traiettoria di un proiettile (anch’esso spesso utile “sussidio dell’arte di governo”).

Vero è che quasi a volersi immedesimare nell’atomo radioattivo Majorana, scomparendo, ha determinato uno stato del sistema improbabile ma non impossibile, certo imprevedibile, che ha scatenato una serie di effetti (questi invece abbastanza prevedibili) la cui eco risuona ancora oggi.

OmmoT, 22 novembre 2017

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Trattatello di anatomia ergonomico funzionale contemporanea

Vi sono alcune parole di cui sembra essersi perso il significato.
Vi sono alcune pratiche a cui siamo talmente abituati da non notarle più, come se parti del nostro corpo o del nostro cervello fossero state protesizzate per renderci più adatti ai rigori di questo oramai lungo inverno.

L’ordinato fluire delle cose richiede che non si perda troppo tempo in ciance. Quindi laddove non si possa, o non si voglia, mutare l’ordine delle cose è costume mutare l’essere delle persone.

Una metaforica protesi ci tura il naso, per non provare soverchio ribrezzo per le nostre scelte, una ci priva del fegato, organo pericoloso in quanto sede della rabbia, e così via discorrendo.
Che dire poi dello sciopero, pratica oggi attribuita all’indolente prevaricazione di una cerchia di privilegiati fannulloni (lo sciopero del venerdì) – o della scuola pubblica, bistrattato baluardo della Costituzione post fascista – o ancora del lavoro (dipendente, autonomo, volontario) attestato di meritevole buona volontà. Come per celia, invertendo l’ordine dei fattori, perfino nell’orrido universo premiale anziché dare miglior lavoro a chi è più meritevole diviene più esecrabile chi il lavoro non ha (non ci si curi del perché, come per quel signore che mena la moglie ogni sera tornando a casa, tanto una ragione ci sarà di sicuro). Quindi anche a costo di farlo gratis lo si fa, non sia mai che ci scambino per degli inutili lazzaroni.

Solo l’indisciplina fisica e mentale di una scaltra teppa può provare a capovolgere questa filosofia del potere, il cielo si rischiara solo riconoscendo che è necessario attraversare un punto di rottura irreparabile per trovare le ragioni di un altro, più favorevole, assetto.

Così fa Franti, lo studente maleducato uscito da penna e calamaio del De Amicis e reincarnato oggi in un pugno di riottosi ex studenti, talvolta insegnanti, che con paziente ironia compongono questo “Trattatello di Anatomia Funzionale Contemporanea” in cui si illustra e svela il gioco metaforico della protesizzazione e, nel contempo, si cerca di dare un ‘più corretto’ senso ad alcune parole chiave. Le illustrazioni di Kaius magistralmente illustrano, comme il faut.

È un testo speranzoso, in quanto solo a riconoscere le nudità del re si apprende il riso che lo seppellirà.

Ben venga dunque!

Qui la casa dei Franti: franti.noblogs.org

e qui una scheda sul trattatello: trattatello

ommot novembre 2017

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Dog eat dog

Cane mangia cane
Regia di Paul Schrader. Un film con Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook. 2016.

Tratto dall’omonimo romanzo di Edward Bunker, lo scrittore criminale, ben interpreta quel senso di vuoto e di sgomento che viene dalla opulenta società dei consumi.

Troy (Nicolas Cage) uscito di galera ricompone una piccola banda di criminali insieme a due spostati conosciuti in ‘collegio’: Cane Pazzo (Willem Dafoe) e Diesel (Christopher Matthew Cook).

I tre, afflitti da carceropatia acuta, che si sa contribuisce a rendere insensibili negli affetti e dipendenti dallo ‘sballo’, si mettono al lavoro al soldo di un ricco e pulito intermediario che li assolda per lavoretti di vario genere.

Il tutto procede più o meno regolarmente, si fa per dire, finché non si presenta l’occasione che potrebbe permettere a tutti e tre cambiare la vita. Noi conosciamo la parabola di Carlito’s way (scritto da Edwin Torres che pero’ di mestiere faceva il giudice e non il rapinatore) e sentiamo subito puzza di bruciato a questa alternativa alla ‘o la va o la spacca’. Ma, come per Carlito, la speranza è l’ultima a morire e in fondo carceropatia e stupefacenti possono far sembrare possibile qualsiasi cosa.

Così i nostri si incamminano per quest’ultima’ avventura con cieca determinazione.

Ci fermiamo qui, per non spoilerare un esito scontato non senza pero’ dire che il seguito è un succedersi di ‘ordinariamente banali’ eventi truculenti che, anche dove la sceneggiatura cerca di suscitare il sorriso, ci ha ricordato più Truman Capote che Tarantino.

La fotografia si sposa allo sballo, l’America inutile e superficiale trionfa in un lago di sangue che non risparmia nessuno.

La pellicola non vuole stupirci ma solo ricordarci quanto labili siano le scale di valori a cui appoggiamo il nostro giudizio. Da vedere.

 

(ommot)

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