La lezione di Flitcraft

Spade riagganciò il ricevitore e le disse: «Sarà qui tra pochi minuti. Bene,
questo accadde nel 1922. Nel 1927 facevo parte di una delle più importanti
agenzie di investigazione di Seattle. La signora Flitcraft venne a raccontarci che qualcuno aveva visto un uomo, a Spokane, il quale somigliava notevolmente a suo marito. Ci andai. Era Flitcraft, infatti. Abitava a Spokane da un paio di anni come Charles (che era il suo vero nome) Pierce. Aveva una rappresentanza di automobili che gli rendeva venti o venticinquemila all’anno, una moglie, un bambino, possedeva una casa alla periferia di Spokane, e aveva l’abitudine di andare a giocare a golf dopo le quattro del pomeriggio, nella stagione favorevole».
A Spade non avevano detto con molta precisione che cosa avrebbe dovuto fare quando avesse rintracciato Flitcraft. Chiacchierarono nella stanza di Spade al Davenport.

Flitcraft non aveva alcun senso di colpa. Aveva lasciato la sua prima famiglia ben provvista di mezzi, e quel che aveva fatto gli sembrava perfettamente ragionevole. La sola cosa che lo preoccupava era di riuscire a rendere questa ragionevolezza evidente anche a Spade. Non aveva ancora raccontato a nessuno la sua storia e così non si era mai trovato nella necessità di rendere esplicita la sua logica. Ci provò allora.


«Convinse me», narrò Spade a Brigid O’Shaughnessy, «non così la signora
Flitcraft. Pensava che fosse una sciocchezza. Forse lo era. Comunque, andò tutto benissimo. Lei non voleva scandali e, dopo lo scherzetto che lui le aveva giocato (era così che lei lo vedeva), non rivoleva neppure il marito. Così divorziarono zitti zitti ed ogni cosa tornò al suo posto.


«Ecco che cosa gli era successo. Andando a pranzo, era passato sotto unedificio in costruzione, di cui era stato eretto solo lo scheletro. Un pezzo di trave, o roba del genere, precipitò da un’altezza di otto o dieci piani e venne a cadere sul marciapiede a poca distanza da lui. Lo sfiorò quasi, ma non lo toccò; però un pezzo di marciapiede, proiettato in alto dall’urto, andò a colpirgli una guancia.


Gli portò via solo un pezzetto di pelle, ma gli era rimasta ancora la cicatrice
quando lo vidi. Se la massaggiava con un dito, dolcemente, con affetto, mentre me ne parlava. Naturalmente s’impressionò moltissimo, diceva, ma in realtà era rimasto più sbalordito che spaventato. Ebbe l’impressione che qualcuno avesse strappato via il velo che gli nascondeva la vita e gli avesse dato la possibilità di vedere le cose che lo circondavano».


Flitcraft era stato un buon cittadino, un buon marito e un buon padre, non per qualche spinta esterna, ma semplicemente perché era un uomo che trovava massimamente confortevole andare di pari passo con ciò che lo attorniava. Era cresciuto così. La gente che conosceva era fatta così. La vita che conosceva era una faccenda pulita, ordinata, sana, responsabile. Ora quel pezzo di trave che gli era cascato davanti gli aveva dimostrato che sostanzialmente la vita non è niente di tutto ciò. Lui, il buon cittadino-marito-padre, poteva essere cancellato con un colpo di spugna tra l’ufficio e il ristorante, per colpa d’un pezzo di trave.


Apprese allora che gli uomini muoiono per accidenti come quello, e che vivono solo finché il cieco caso li risparmia.


Lì per lì non fu l’ingiustizia di tutto questo che lo agitò: dopo la prima
emozione, l’accettò come un dato di fatto. Ciò che lo mise in agitazione fu la
scoperta che, mettendo in ordine con tanto buon senso le proprie faccende, lui non era andato al passo con la vita, anzi era andato controcorrente. Diceva che prima di essersi allontanato di venti passi dal trave caduto aveva già capito che non avrebbe più conosciuto la pace fino a che non si fosse adattato al nuovo modo di vedere l’esistenza. Mentre pranzava aveva trovato la via per giungere all’adattamento. La vita avrebbe potuto terminare per lui da un momento all’altro, per caso, per la caduta d’un trave: e allora lui avrebbe cambiato la propria esistenza, da un momento all’altro, col semplice fatto d’andarsene.


Amava la famiglia, così diceva, quanto supponeva avvenisse di solito, ma d’altra parte sapeva di lasciarla adeguatamente provvista di mezzi di sussistenza, e il suo amore verso la moglie e i figli non era tale da rendere penosa la separazione.


«Andò a Seattle quello stesso pomeriggio», disse Spade, «e da lì in piroscafo a San Francisco. Girò per un paio d’anni, poi ritornò nel Nord-ovest, si stabilì a Spokane e si sposò. La seconda moglie non somigliava alla prima, tuttavia vi erano più punti di contatto che non di differenza, tra loro. Sa, il tipo di donne chegiocano bene a golf e a bridge e che vanno pazze per le nuove ricette per preparare l’insalata. Lui non era rattristato per quel che aveva fatto. Gli appariva abbastanza ragionevole. Non credo che si sia mai reso conto di essere andato spontaneamente a ricascare sugli stessi binari dai quali era saltato fuori a Tacoma. Ma è proprio questo l’aspetto della faccenda che mi è sempre piaciuto.

Flitcraft si era adattato alla caduta dei travi ma da allora non ne era caduto più nessuno, e lui si riadattò al fatto che non cadessero.»

Dashiel Hammet, Il falcone maltese (1929 – Longanesi, Milano, 1980)

In pratica si è quel che si è.

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Se quando sei via

Ho venticinque anni:
se ad agosto
riesco a non fare morire le piante,
vuol dire che non sprecherò la mia vita,
vuol dire che andrà bene.

Corre voce che le maggiori prove d’ingegno uomini e donne le diano in gioventù. Che bucata l’adolescenza restino intatte fantasia, coraggio e spregiudicatezza e che questo aiuti ad osare dove non si può. Probabilmente è una diceria priva di fondamento ma, se fosse, troverebbe conferma in questo libro di poesie di Tommaso Russi, venticinque anni e uno spirito libero come l’aria che maneggia i suoi versi come un esperto kendōka la sua spada.

Tommaso ci guarda dai suoi vent’anni, e da lì ci racconta come ci vede, come ci si vede. Con sensibilità e amore ci porta all’incertezza, alla profondità e alla cinica ironia che spesso confondiamo, noi più vecchi, con una tavola bianca ma che invece è una trama fitta, scritta in una lingua a noi sconosciuta.

Bravo Tommaso, e tienilo a cuore, la poesia mantiene giovani, sempre.

Se quando sei via
rimango fermo sdraiato,
è per paura di alzarmi
e non incontrarti,
di stare solo
con le pareti di quella che ho conosciuto come casa tua.

Per questo lascio il letto disfatto,
i calzini per terra, i piatti nel lavandino:
per occupare spazi di altro
e tornare indietro

a quando ti aspettavo,
fumando, sotto il ponte di vetro,
fingendo di essere distratto.

Tommaso Russi, qualche parola tra padri e figli, ERETICA edizioni, quaderni di poesia

ommot gennaio 2020

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Misericordia

Emma Dante, Misericordia, 2019

Emma Dante ci ha abituato alle forti emozioni.
Esperta narratrice dell’animo umano non ama la finta cortesia o le mezze misure.
Qui tre donne (Anna, Nuzza e Bettina) sole vivono insieme nell’ombra e nel ricordo di Lucia, mamma di Arturo, nato handicappato per motivi ambientali.
La penuria di mezzi si alterna alla ricchezza di un passato comune e riesce a convergere verso un’unica, temporanea ed illusoria soluzione: liberarsi del ragazzo. In una prospettiva onirica di un ordine che non c’è i colori della cura si mescolano a quelli dell’abbandono.
In scena Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli, notevolissimi tutti e quattro.

ommot gen 2020

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Sorry We Missed You

Ken Loach, Sorry We Missed You, 2019

La provincia inglese come paradigma della modernità. Ken Loach, con il suo ultimo magistrale “Sorry we missed you” scopre i nervi scoperti del capitalismo globale.

Siamo a Newcastle, mondo. Ricky (Kris Hitchen), solerte (fin troppo) lavoratore, vittima della crisi che si è pasciuta prima dei suoi risparmi e quindi delle sue speranze è sposato con Abby (Debbie Honeywood), assistente domiciliare attenta (fin troppo) e coscenziosa. Hanno due figli adolescenti, Lisa Jane (Katie Proctor, 11) e Sebastian (Rhys Stone, 17).

Quasi come per emanciparsi dal ruolo di subalterno ed eterno perdente Ricky decide di ‘mettersi in proprio’ diventando padroncino di sé stesso alle ‘dipendenze’ (materiali ma non contrattuali) di una ditta di logistica. “Aspettavo questa occasione da anni” dice Ricky, ascoltando le condizioni capestro di Malony (Ross Brewster), il mastino della PDF.

Qui comincia la sua odissea, il suo tuffo nella normalità che porterà lui e il suo piccolo gruppo, oltre le colonne d’Ercole, verso mete sconosciute.

Impariamo da questo film che ci sono cose che tutti sanno e che non si possono dire:

ringraziamo tutti i trasportatori che ci hanno raccontato le loro storie ma che hanno preferito restare anonimi dice Loach nei titoli di coda

mentre è importante che qualcuno queste cose le dica affinché ci si possa riconoscere gli uni con gli altri.

Impariamo che anche chi ha fatto delle grosse battaglie dalla parte giusta può non accorgersi della fatica e del tempo che richiedono l’assistenza e l’aiuto.

Impariamo che una società che non si cura non può che ammalarsi, che l’adolescenza è un’età misteriosa quanto sorprendente.

Impariamo la fragilità di chi è solo.

Una bella lezione che speriamo venga proposta in tutte le scuole, come spunto di discussione sul futuro.

A noi che sia d’insegnamento e d’aiuto per capire in che pasticcio ci siamo ficcati.

Nel villaggio del capitalismo globale, infatti, non c’è distinzione tra un luogo e l’altro, Kewcastle è mondo e Ricky siamo tutti noi.

ommot, gen 2020

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capita talvolta

capita talvolta
che, con dubbio stile,
si confonda
il rifiuto della delega
con lo scaricabarile

ommot nov 2019

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Mastodon, Facebook e la censura

Qualche osservazione a caldo sulla censura di Facebook

– Facebook è una company, la sua mission è produrre valore non fare astrattamente del bene o del male.

L’affare Cambridge Analitica non gli ha fatto una buona pubblicità e ora sta cercando di correre ai ripari. Ha chiesto di avere delle regole agli Stati nazionali per scaricare la responsabilità dell’intervento esplicito sui contenuti (per esempio la cancellazione), che forse è la cosa che gli viene più difficile fare.

Nel frattempo prova a tappare da solo qualche buco.

Il primo caso notevole alla nostra evidenza è stata la chiusura delle pagine neofasciste [10 Settembre 2019]. Va notato che in quel caso non si è trattato della chiusura (definitiva o temporanea) di una pagina o un account a seguito di segnalazioni da parte di altri utenti, o almeno non solo di quello. Il fatto che in un giorno siano stati oscurati più di un centinaio di pagine/account significa che Facebook ha aperto una sua istruttoria, ha stilato una sua lista ed è passata autonomamente alla vie di fatto.

Presumibilmente la stessa cosa è stata fatta nell’oscuramento delle pagine in appoggio alla resistenza curda contro l’aggressione turca. Facebook, nel tutelare la sua immagine, si è fatto proattivo da meramente reattivo che era.

Ce la farà ad uscirne più pulito? No, non ce la farà.

– Le alternative (i.e. Mastodon) ci sono ma non permettono il bagno di folla del social massivo.

Una volta, con un gruppo di lavoro che studiava come fare una scuola libertaria, abbiamo chiesto a degli studenti liceali che si lamentavano della noiosità dei programmi scolastici e del fatto che nessuno li ascoltasse, se gli sarebbe piaciuto avere una scuola con meno compagni ma più vicini e dove si decideva insieme che cosa capire e come. Hanno detto assolutamente di no: per nulla al mondo avrebbero rinunciato alla pluralità di relazioni che il brodo scolastico permette. Non avrebbero voluto fare a meno del compagno secchione, del compagno antipatico, del compagno arrivato da chissà dove né a Franti. Non c’è da dargli torto.

– Le alternative possono servire per scambiare dei messaggi quando i canali ufficiali sono interrotti, hanno quindi una funzione di tattica utilità e per questo vanno coltivate e usate ma non possono fornire la stessa sensazione di bagno di folla offerta dal “social” comunemente detto, svolgono una funzione diversa.

– Sempre e comunque dobbiamo pensare che i rapporti di forza non possono essere costruiti online e che deve essere possibile spostare azione e attenzione su fatti concreti, almeno altrettanto concreti dei i profitti che Facebook genera (che non sono proprio la rigidità della materia ma godono di una buona credibilità e hanno una discreta capacità trasformativa).

– Facebook è una company, che segue ma contemporaneamente concorre a produrre consenso. Può essere che il suo muoversi segua anche desideri e/o suggerimenti di altri grossi gruppi. Fa parte delle regole dell’economia del capitale.

– Mastodon è essenzialmente altra cosa da FB, il suo senso è molto esemplificato dal fatto che un account non possa venire chiuso ex abrupto dall’alto. Se così non è allora non serve a niente.

23 10 2019

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il Traditore

È in programma nelle sale di questi tempi un film che gode dell’indiscusso successo di pubblico e critica. Il Traditore, di Marco Bellocchio (2019).

La pellicola racconta la storia di Tommaso Buscetta, tra i primi e forse il più importante, pentito di mafia.
In realtà il film non racconta la storia di Buscetta. Di lui non sappiamo come crebbe, se non che fu ultimo di 17 figli, non sappiamo come diventò grande nella sua grande famiglia che non fu però ‘la mafia’: “la mafia non esiste” dice Buscetta, è una invenzione dei giornali, “la nostra organizzazione si chiamava ‘Cosa Nostra’”. Non sappiamo, quindi, come e perché divenne un pezzo importante di quella ‘famiglia’, di cui, dice, si è sempre considerato un ‘semplice soldato’, rispettoso di regole e codici. Non sappiamo cosa fece in Brasile, dove passò due lunghe latitanze, se non che ebbe lì modo di risposarsi e rifarsi una calorosa famiglia oltreché sfuggire alla furia omicida dei corleonesi durante la seconda guerra di mafia dei primi anni ‘80.

Il film, e il titolo lo lascia ad intendere, vuole raccontare del percorso che portò Buscetta a diventare una delle più forti carte in mano allo dello Stato nella lotta contro Cosa Nostra.
C’è un filo che lega l’avvento dei corleonesi di Totò Riina con Palermo che diventa la capitale mondiale dell’eroina, il cambio radicale nei codici della famiglia, la guerra interna che lasciò centinaia di cadaveri (affiliati e parenti delle fazioni opposte, uomini, donne, bambini) sulle strade del capoluogo siciliano e quindi l’intervento dello Stato, le indagini di Giovanni Falcone che portarono al maxiprocesso alle cosche siciliane del 1986 e alla morte dello stesso Falcone nel 1992.

Vogliamo dare per buono che la sceneggiatura sia filologicamente corretta, il dialogo tra Buscetta e Pippo Calò nell’aula bunker di Palermo è una ricostruzione fedelissima di quanto realmente avvenne (e che ancora oggi si può vedere su YouTube) e non c’è motivo di sospettare che siano state fatte delle forzature fantasiose alla ricostruzione storica, forse anche in quel surreale corteo notturno di palermitani, con cartelli inneggianti “VIVA la Mafia che ci da lavoro” in cui incappa Buscetta, già pentito, mentre un’auto della polizia lo sta portando a testimoniare nell’aula Bunker del Tribunale di Palermo.

Il film quindi ci racconta quella che in fondo è una vicenda toccante. Un uomo cresciuto non sappiamo quanto al di fuori della legalità ma con un sacco di buoni principii e che proprio nel nome di questi, per porre freno ad un deteriorarsi del sistema di valori e delle regole interne della sua organizzazione extralegale sceglie di collaborare con lo Stato e mandarli tutti in galera, avversari e amici. Una redenzione che passa attraverso una delle più significative figure della lotta alla mafia, il giudice Giovanni Falcone appunto, a cui Buscetta affiderà una deposizione lunga più di 400 pagine.

Diciamo che a livello narrativo una trama che riesce a cortocircuitare la figura di un cattivo e di un superbuono, con una buona dose di sofferenze per entrambi, è in grado di generare il pathos necessario a tenere alta l’attenzione dello spettatore. In effetti il ritmo tiene, anche grazie alla magistrale interpretazione di Favino e Lo Cascio, per tutti i 148 minuti (che non sono pochi nel mondo abituato messaggi di 288 caratteri e della comunicazione in tempo reale).

Però c’è un però. Nel film manca la Palermo degli anni ‘30 e quella dell’arrivo degli Americani nel 1943, con l’appoggio e l’assistenza di uomini della mafia siciliana, quando Masino Buscetta venne svezzato e introdotto al codice e all’onore. Mancano i rapporti tra la mafia e la destra eversiva con il tentato coinvolgimento di Cosa Nostra nel progetto di golpe di Junio Valerio Borghese. Mancano i traffici internazionali di eroina e cocaina, la mafia italiana negli USA e i rapporti con il governo stesso degli Stati Uniti che contesero all’Italia il reprobo e che garantirono per lui alloggio e sicurezza negli ultimi anni della sua vita in cambio di altre confidenze sulla mafia italoamericana.

Il cinema ha una dimensione chiusa, 148 minuti non potevano che contenere i cenni di una vicenda così articolata che però rischia così di ridursi ad una storia di buoni sentimenti.

Ciò che manca più di tutto, però, è un punto d’osservazione meno concentrato sul particolare da cui si possa vedere come l’arrivo dell’eroina fu tollerato, se non voluto, dai poteri forti del nostro paese come utile strumento per tagliare le gambe ad una generazione ribelle e riottosa all’ordine e come dell’uso giuridico e dissennato dei pentiti esattamente in quegli stessi anni si faceva bastone a difesa dei poteri costituiti della prima Repubblica contro una classe sociale in rivoluzione. Non c’è traccia di come il fenomeno del pentitismo face strame delle regole della giustizia borghese (a cominciare da Cesare Beccaria) in nome di un’emergenza che non ha più smesso di essere. Il film zoomando sui personaggi principali e tralasciando i contorni diviene l’apologia dell’uso giuridico dei pentiti, vicenda questa per nulla edificante.

In tutto questo Buscetta, forse davvero più affezionato alle donne che al potere, fu trafficante di eroina e pentito giuridico e quindi rientra a pieno titolo in una storia importantissima di cui nel film non c’è neanche l’ombra.

È facile (oggi) fare scena mostrando un Andreotti senza pantaloni, aggiunge al duetto “superbuono” / “cattivo redento” la figura del politico cattivo, che alla fine vincerà per intelligenza e furbizia, lasciando gli eroi con un pugno di mosche in mano e gli spettatori in attesa della successiva puntata. Facile anche perché questa anima nera ormai è morta, come tutti i principali personaggi del film.

La trama ci racconta di due eroi opposti ma simili, Falcone e Buscetta, legati da un reciproco rispetto e da un compito simile: entrambi cercarono di rompere l’omertà delle loro rispettive famiglie.

In realtà, però, se non andiamo per forza in cerca di eroi, ciò che in questa storia non si vede ma c’è è che quelle persone che sfilavano per Palermo in quell’improbabile e surreale corteo, ossia i senza futuro, erano e sono i veri sconfitti, e che questa lotta tra lo Stato e le sue emergenze ha prodotto dei mostri con cui prima o poi qualcuno dovrà fare i conti lasciando i diseredati e gli oppressi, come sempre, da soli.

3 Agosto 2019

tommaso

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Diciamo così. Appunti sulla SeaWatch3

Diciamo così. Il governo italiano aveva 42 ostaggi che gli servivano per forzare una trattativa in corso con gli altri paesi Europei. La Sea-Watch3, infrangendo le regole, entrando in porto e facendoli sbarcare, li ha sgravati da questo pesante ruolo e li ha riconsegnati alla normalità, liberandoli dal ruolo di pedine dello scenario internazionale.

E’ la normalità di chi è arrivato, medesimo approdo stessa condizione, proprio nei giorni in cui la Sea-Watch era in attesa. Di chi è arrivato prima o arriverà dopo

E’ la normailtà di quelli che per avere un permesso di soggiorno devono accettare tassi di sfruttamento più alti degli altri e di chi, in assenza del permesso, è costretto all’inaccettabile per riuscire a sopravvivere.

Tornare ad una normalità relativa e inconcludente è un punto di partenza, non di arrivo.

Tutto questo in un sistema capitalista che non rinuncia ai profitti neocoloniali e che pratica lo sfruttamento più bieco degli ‘stranieri’, un sistema che, regolando le frontiere controlla il flusso di forza lavoro a basso costo e trasforma chi migra in un minaccioso invasore. Così ché la giusta rabbia verso i potenti diventa odio verso i più deboli, e una giusta lotta di liberazione diventa occasione per un sadico mattatoio.

Carola Rachete ha fatto la sua parte, il resto sta a noi.

0mmot 30/6/2019

Per gli amanti delle collisioni superficiali qui la manovra di attracco della SeaWatch3

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