Sciopero della fame

Quello che accade al fisico durante lo sciopero della fame varia a seconda dell’età e dello stato di salute. Nei primi tre, quattro giorni ci sono crampi allo stomaco e una forte sensazione di fame, dopodiché lo stomaco si chiude. Subentrano torpore fisico e indifferenza verso il cibo, la pressione arteriosa cala e così anche la temperatura corporea, a causa del mancato apporto energetico. Il corpo perde, oltre al grasso, anche massa muscolare. Dal ventesimo giorno in poi si iniziano a intaccare le proteine muscolari, dal trentesimo la denutrizione colpisce tutti il corpo e la stanchezza può diventare così forte da impedire di parlare. Dal quarantesimo giorno in poi si può arrivare a perdere conoscenza per mancanza di energia. La maggior parte delle morti per sciopero della fame avvengono attorno al sessantesimo giorno di digiuno.

[https://www.ilpost.it/2022/11/23/sciopero-della-fame/]

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64° giorno di sciopero della fame di Alfredo Cospito

Questo breve post, come quelli che lo precedono, sono un contributo alla campagna per l’eliminazione del regime del 41bis e dell’ergastolo ostativo.

Si tratta per lo più di brani tratti da libri di cui consiglio comunque l’acquisto e la lettura integrale. La mia speranza è che questi piccoli estratti riescano, per quanto possibile, a dare un’idea di quel che si può fare in nome dell’amministrazione della giustizia, in particolare quando si sceglie di intervenire a posteriori ossia mirando l’autore dell’atto indesiderato, senza il minimo interesse alle ragioni, personali o sociali, della genesi di tali atti.

Evidentemente la ricerca delle cause rischierebbe di sollevare delle questioni troppo scomode o complesse per gli equilibri del progresso borghese.

Queste pagine vogliono essere un cotributo di solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Anna, Juan e Ivan, contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.

Qui una parzialissima rassegna stampa sullo sciopero della fame di Alfredo

dicembre 2022

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Ergastolo ostativo

Sono Giovanni Farina, dal 1975 ho iniziato la mia detenzione, sto scontando l’ergastolo ostativo, “fine pena mai”. (…) La verità di ogni uomo si basa sulla dimensione reale dell esistere. E non è sempre possibile collegare alla sua vita un ricordo telice, anche se nulla si perde nel tempo sia del bene o del male. Il passato non passa mai, perché tutto resta in noi come un eterno presente; una volta entrati nella vita, non si esce più. (…)

Non voglio dare un messaggio sbagliato a chi legge. Voglio che si sappia che non sono un uomo migliore dopo trent’anni di galera; ero un uomo migliore quando pascolavo le mie capre sulle pendici della montagna ed ero circondato dall’amore dei miei genitori, di mia figlia e mia moglie. Che cosa è restato di migliore in me dopo trent’anni di carcere speciale, dove mi è stata fatta per tanti anni una guerra psicologica per 24 ore al giorno, dentro quattro mura da dove non potevo vedere il cielo dalla finestra perché oscurata da una lastra di plastica nera, da dove nell’estate non entrava nemmeno un alito di vento e diventava una fornace ardente quella piccola cella? Dovevo essere educato dentro quelle quattro mura, con la tortura dovevo diventare un uomo migliore. In tutti questi anni mi è stato proibito di frequentare una scuola, di andare a messa la domenica perché ero cattolico, di vedere le persone che amavo, le potevo vedere solo per un’ora al mese da dietro un vetro blindato con uno spessore di quaranta centimetri attraverso il quale non si sentiva nemmeno la voce. Non potevo avere in cella libri, tutto era limitato, contato e controllato, dai calzini alle mutande, all’ ora d’aria.

Mi è stato impedito per tutta la mia gioventi di vivere da essere umano.

Non sono un uomo migliore… Non sono felice… perché ho perso il mio orizzonte di vita. Mi sono domandato molte volte, perché in questo luogo dannato nessuno tenta di recuperare qualche dannato. Questo luogo è considerato un fiume le cui sorgenti sono inquinate e dovrà avere sempre acqua cattiva. Nella profondità di noi stessi riusciamo ancora ad amare il nostro Io, dal quale si attinge lo spazio del tempo ogni giorno che passa.

Se non sappiamo chi siamo, come possiamo capire il giudizio della nostra coscienza, siamo degli animali estinti, la vita non entra più dalla porta del cuore. Il giardino che ospita l’eternità brillerà ancora anche per noi nel cielo? Quando l’essere umano non ha più idee la sua vita diventa una prigione, un buio labirinto.

Si può pensare che l’uomo è cio che pensa e si modella con i suoi comportamenti nella dimensione spazio tempo. La libertà è finalizzata alla verità. Chi si è mai chiesto se vale la pena lottare durante la vita per la verità se in conclusione si deve morire e lasciare tutto alla terra?

Viviamo nell’Italia dei misteri occulti. I parlamentari vogliono l’immunità, pretendono di non essere giudicati per le loro azioni, come dei comuni cittadini. È giusto che questi signori non vengano in galera, perché la galera non ha fatto di me un uomo migliore, ma un essere perso nel vuoto, un disadattato senza più energia mentale perché privo di futuro.

In questo modo senza esistenza che cosa m’importa del presente o del domani? Mi sono domandato se un giorno uscissi da queste quattro mura, che cosa farei in un mondo che non è più mio.

Per me le mura di una prigione sono un rifugio sicuro, dentro di loro ho respinto per tanti anni la mia vita, mi hanno difeso dal male che c’è oltre il confine tracciato dal muro di cinta. Che cosa potrei fare nella confusione del mondo a sessant’anni? Non ho più il senso della famiglia, Sono un uomo solo, da ricostruire.

[Giovanni Farina, Aspettando il 9999, Sensibili alle Foglie, 2015]

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63° giorno di sciopero della fame di Alfredo Cospito

Questo breve post, come quelli che lo precedono e quelli che seguiranno, sono un contributo alla campagna per l’eliminazione del regime del 41bis e dell’ergastolo ostativo.

Si tratta per lo più di brani tratti da libri di cui consiglio comunque l’acquisto e la lettura integrale. La mia speranza è che questi piccoli estratti riescano, per quanto possibile, a dare un’idea di quel che si può fare in nome dell’amministrazione della giustizia, in particolare quando si sceglie di intervenire a posteriori ossia mirando l’autore dell’atto indesiderato, senza il minimo interesse alle ragioni, personali o sociali, della genesi di tali atti.

Evidentemente la ricerca delle cause rischierebbe di sollevare delle questioni troppo scomode o complesse per gli equilibri del progresso borghese.

Queste pagine vogliono essere un cotributo di solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Anna, Juan e Ivan, contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.

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dicembre 2022

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Che tutto questo non abbia più a ripetersi

Mi chiamo Sebastiano Prino, sono nato a Nuoro il 29 luglio 1961e con questa breve testimonianza vorrei descrivere, se è possibile farlo con la penna, il periodo di detenzione che ho trascorso nel carcere dell’Asinara dal 3 ottobre 1995, data del mio arresto, al mese di luglio del 1997, cioè fino alla chiusura di quel piccolo lager che, in termini di sospensione dei diritti umani, ha poco da invidiare ai più famigerati penitenziari di Abu Ghraib in Iraq o all ancora piu noto carcere di Guantanamo, messo anch’esso in piedi dal Governo americano per rinchiudervi i nemici combattenti caturati in Afghanistan.

All’alba del 3 ottobre del 1995, mentre mi trovavo a governare il mio gregge, che in quel periodo come al solito aveva cominciatoa figliare, sono stato arrestato con l’accusa di avere partecipato ad un tentativo di rapina, avvenuto circa un mese prima ai danni di un furgone portavalori e che si era concluso con la morte di quattro uomini, due militari e due ragazzi che avevano preso parte all assalto.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno, dopo un passaggio alla questura di Nuoro, mi ritrovai nell’isola dell’Asinara, rinchiuso in una cella della struttura adibita al 41 bis. Ricordo perfettamente che in quel giorno indossavo un paio di pantaloni neri di velluto liscio, scarponi di pelle dello stesso colore a cui furono subito tolti i lacci, una maglietta intima e, sopra di essa, un maglioncino verde che dava un tocco di colore al resto degli indumenti e, soprattutto, al mio volto terreo che in quel momento rifletteva il turbine di sentimenti che attraversava il mio animo. Il lucido ricordo che ho dei capi di abbigliamento che indossavo quel giorno deriva dal fatto che essi sono stati gli unici indumenti che ho indossato, giorno e notte, per i seguenti otto mesi, cioè fino alla primavera del 1996, quando venne concesso ai miei familiari di inviarmi un pacco postale, contenente, oltre a un paio di tute, un accappatoio, un asciugamano. mutande e calze che da tempo non usavo più, essendomisi putrefatte addosso.

Quei primi otto mesi di galera nel carcere dell’Asinara non furono duri solo perché trascorsi in condizioni di totale abbrutimento dal punto di vista igienico, ma anche per il fatto che in quel periodo mi colse un fortissimo mal di denti, curato con la somministrazione di un’aspirina al giorno e che, dopo una decina di giorni, mi spinse a tentare il suicidio, non riuscito solo per il fatto che le calze, usate come cappio, logore per l’uso, non ressero il mio peso.

Inoltre, a queste prevaricazioni va aggiunto il non secondario fatto che, ogni qualvolta riuscivo ad addormentarmi, venivo svegliato dallo scuotere dello spioncino metallico o dalla battitura su esso delle enormi chiavi delle porte blindate.

Questo accanimento su me derivava dal fatto che, durante gli interrogatori a cui venivo sottoposto e nonostante le offerte di benefici, denaro e libertà per ottenere la collaborazione con gli inquirenti, mi avvalevo sempre della facoltà di non rispondere, un mio diritto sancito dal codice di procedura penale, e il mio mutismo li faceva imbestialire. Credo di essere riuscito a sopravvivere a quelle torture fisiche (poiché neanche quelle mi sono state risparmiate) e psicologiche solo grazie al fatto di essere cresciuto in un ovile barbaricino, le regole che vigono in quell’angolo di mondo mi hanno temprato alla lotta e a soffrire in silenzio. Oggi, a diciassette anni dal giorno dell’arresto, sono ancora dentro un carcere, dove inutilmente, notte dopo notte, tento di disfarmi di ricordi che l’inconscio si ostina a riportare a galla. Per quel che può valere, faccio presente che al momento dell’arresto ero incensurato e che il reato di cui ero accusato non prevede ora, né tanto meno lo prevedeva allora, la detenzione nel braccio del 41 bis, dove invece sono stato illegalmente detenuto per circa due anni.

Termino questo breve scritto augurandomi che questa testimonianza, insieme ad altre, venga letta e diffusa in ogni angolo di questo paese, per far conoscere e conseguentemente evitare ad altri nel futuro le torture subite da me e da tutti coloro che furono relegati nelle isole dell’Asinara e di Pianosa dal 1992 al 1997, cioè in un periodo dove di fatto ad un pugno di uomini è stato sospeso ogni diritto costituzionale.

Che tutto questo non abbia più a ripetersi.

[Sebastiano Prino, Le Cayenne italiane, a cura di Pasquale de Feo, Sensibili alle Foglie, 2016]

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62° giorno di sciopero della fame di Alfredo Cospito

Questo breve post, come quelli che lo precedono e quelli che seguiranno, sono un contributo alla campagna per l’eliminazione del regime del 41bis e dell’ergastolo ostativo.

Si tratta per lo più di brani tratti da libri di cui consiglio comunque l’acquisto e la lettura integrale. La mia speranza è che questi piccoli estratti riescano, per quanto possibile, a dare un’idea di quel che si può fare in nome dell’amministrazione della giustizia, in particolare quando si sceglie di intervenire a posteriori ossia mirando l’autore dell’atto indesiderato, senza il minimo interesse alle ragioni, personali o sociali, della genesi di tali atti.

Evidentemente la ricerca delle cause rischierebbe di sollevare delle questioni troppo scomode o complesse per gli equilibri del progresso borghese.

Queste pagine vogliono essere un cotributo di solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Anna, Juan e Ivan, contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.

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dicembre 2022

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Chi mi ridà la mia famiglia?

La nostra storia e iniziata nel 1992. Avevamo tre figli, uno di dieci mesi, il secondo di due anni e uno di sei, quindi si può capire… Mio marito in quella situazione, io indirettamente: viene a mancare l’equilibrio in casa.

Quindi ho dovuto farmi carico dei figi, della famiglia e poi accudirli, cercare di non abbandonarli per tutto ciò che era necessario, economicamente, fisicamente… Quando i mass media annunciarono che i più pericolosi erano stati portati a Pianosa, essendo mio marito un semplice indagato incensurato, ovviamente era lungi da me qualsiasi pensiero che fra questi potesse esserci anche lui. Da premettere che io ho avuto la conferma che mio marito era a Pianosa a settembre; dal 19 luglio ho ricevuto il telegramma a settembre, non perché lui l’avesse spedito a settembre, ma perche bloccavano qualsiasi notizia. Raggiungere Pianosa era molto difficoltoso, molto dispendioso perché dalla Sicilia affrontare un viaggio simile avendo i bambini piccoli… La prima volta ho portato, per mera incoscienza, il piccolo che nel frattempo aveva compiuto un anno. Sono sempre stata dell’idea che un padre ha diritto a vedere i figli, al di là dei traumi che poi si creano e rimangono. Quindi portai il piccolo. Arrivammo là e fu come se arrivassero dei criminali. Ad iniziare dall’aliscafo con la passerella insicura per cui si rischiava – è successo più di una volta – che cedesse la passerella; solo perché una persona aveva l’abilità di raggiungere il molo altrimenti finiva in acqua. Poi schierati tutti, con un atteggiamento di guerra: cani, guardie, camion; si arrivava là e già si era intimoriti. Il primo colloquio è stato disastroso; intanto io sono partita alla mattina, col piccolo e ovviamente con esigenze varie, di alimentazione, di pannolini, di tutto quanto. Il bambino era ovviamente stanco. Arrivammo là e tutto era pieno di calcinacci, i bagni in condizioni penose. Posammo i nostri oggetti personali. Loro dovevano distribuirci l’acqua, ma per dispetto, nel momento in cui raggiungevamo l’Agrippa verso cui ci conducevano, versavano l’acqua a terra pur di non darcela e se un adulto può capire la situazione arrangiarsi, un bambino no, ma anche per gli adulti era difficile, era estate e dopo tutti i disagi passati… Il primo colloquio è stato penoso perché sono arrivati tutti… Mio marito non era anziano, però … tutti si reggevano i pantaloni per l’evidente calo di peso, dai quindici ai venti chili, tutti con lo sguardo basso perché non dovevano guardarci negli occhi. Le perquisizioni sono state indecenti. Questo non è uno Stato civile perché vi assicuro non è giusto. Noi nel colloquio ci trovavamo di fronte un vetro e un citofono, quindi quelle perquisizioni non erano degne, non erano necessarie. Però ci dovevamo completamente denudare, se avevamo il collant lo dovevamo abbassare, pur essendo trasparente, le mutande le dovevamo abbassare. Poi ho portato il secondo bambino perché chiedeva del padre. II piu piccolo non conosceva il padre, a dieci mesi si ha un ricordo vago. Il secondo invece chiedeva continuamente del padre.

La terza volta ho dovuto portare quella piu grande, di sei anni. Ovviamente ha subito lo stesso trattamento: perquisizione, abbassare lo slip. E queste cose sono rimaste all’interno di mia figlia e mia figlia non ha mai professato una parola, però ovviamente è un legame che non si ricrea perché direttamente o indirettamente siamo i responsabili di quello che è capitato loro. Siamo dei punti di riferimento comunque negativi per il male subito attraverso noi. Inoltre, non si poteva professare parola, era un ambiente in cui si era osteggiati al massimo, in ogni cosa. Se gli si portava un paio di mutande, non si poteva. Ogni volta che si portava qualcosa- solo indumenti e solo una volta al mese quando potevamo andarci – ogni volta c’era la classifica: questo no, quello no e quell’altro no; praticamente ci riportavamo tutto a casa perché c’era sempre questa tendenza a demolire qualunque cosa, a dimostrare che noi eravamo da eliminare. Non siamo certo stati trattati da esseri umani.

Io ho perso in parte il rapporto con i miei figli, dall’altra parte invece c’è gente che ha avuto gratificazioni, carriera, successo, medaglie. Noi per quello che abbiamo subito… Neanche l’opinione pubblica conosce sti aspetti perché ovviamente non c’è la volontà di far conoscere e comunque siamo emarginati perché, come si diceva questa mattina: “per essere stati dentro avranno fatto qualcosa”, l’opinione è questa. A noi per vent’anni hanno tolto la parte migliore della nostra vita. Noi stavamo costruendo una famiglia. Chi me la ridà la mia famiglia? Avevamo tre bambini e solo dopo vent’anni, l’8 agosto, come ha detto mio marito abbiamo avuto l’ultima sentenza perche abbiamo subito anche la confisca dei beni.

Quando mio marito è uscito ha avuto tre anni di sorveglianza speciale per cui io ho avuto tre più uno, quattro bambini addosso a me. Quando lui è uscito dal carcere sapete che ho fatto? Le mie resistenze sono cessate, è come se avessi passato il testimone. Ho dato i miei figli, mio marito ha preso in mano la famiglia. Sapete cosa mi ha detto il piccolo, che all’epoca aveva quasi quattro anni, quando mio marito è tornato a casa? È venuto in disparte e mi ha detto: “Mamma mandalo a casa sua” perché ovviamente questo padre cosa rappresentava per lui? Era una figura inesistente “Mamma mandalo a casa sua”. È ritornato mio marito ed è stato un po’ come se gli avessi passato il tesimone: sono andata in ospedale per un mese per dei problemi che mi sono rimasti. Chi ha pagato per questo? Siamo stati colpevoli di che cosa? I miei figli quali istituzioni debbono prendere come esempio, perché c’è tanta gente che delinque e non è punita, cè tanta gente che ha fatto abusi nei nostri confronti e non ha pagato.

Noi perché abbiamo pagato? Hanno risolto le stragi in questo modo? Perché tutto questo è stata una conseguenza delle stragi. O in ogni modo il fatto è stato che mio marito si trovava in quel carcere e quindi la stampa ha dovuto dimostrare che avevano reagito con energia… Ma quale energia? Nei confronti di chi?

[Maria Milazzo Labita, Le Cayenne italiane, a cura di Pasquale de Feo, Sensibili alle Foglie, 2016]

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61° giorno di sciopero della fame di Alfredo Cospito

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Si tratta per lo più di brani tratti da libri di cui consiglio comunque l’acquisto e la lettura integrale. La mia speranza è che questi piccoli estratti riescano, per quanto possibile, a dare un’idea di quel che si può fare in nome dell’amministrazione della giustizia, in particolare quando si sceglie di intervenire a posteriori ossia mirando l’autore dell’atto indesiderato, senza il minimo interesse alle ragioni, personali o sociali, della genesi di tali atti.

Evidentemente la ricerca delle cause rischierebbe di sollevare delle questioni troppo scomode o complesse per gli equilibri del progresso borghese.

Queste pagine vogliono essere un cotributo di solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Anna, Juan e Ivan, contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.

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dicembre 2022

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È la sera di capodanno del 1993

È la sera di capodanno del 1993.

Il discorso augurale agli italiani del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, viene diffuso per mezzo della televisione in tutto il carcere.
Quando il Presidente porge gli auguri a tutti i detenuti e ai loro familiari, che soffrono quanto e come loro, penso che queste parole, dette da chi dovrebbe tutelarti, siano un’offesa, una caduta di stile.

Gli abbiamo inviato centinaia di lettere, ma non abbiamo mai ricevuto una risposta: non ha sentito il bisogno di intervenire per interrompere queste torture. Siamo carne da macello, figli di nessuno. Scannati, ogni giorno. Immolati al dio dell’ingiustizia.

Sulla mia colpevolezza non si è pronunciato ancora nessun tribunale. Perché ammazzarmi, anzitempo? Vergogna! Mai una parola di conforto. Da una cella sento una voce di disapprovazione alle sue parole: un tale Paolo Barone lo apostrofa malamente, sputando con rabbia.

La guardia del blocco lo segnala subito ai superiori, aggiungendo qualcosa di più di quello che in realtà aveva detto. Viene denunziato per vilipendio al Capo dello Stato. Almeno, cosi, radio carcere dirama la notizia.
Cominciano la chiusura dei blindati e mi portano la posta.
Tocco la busta e noto che dentro ci sono delle foto che mia moglie ha spedito per farmi vedere come cresce nostra figlia, Guardandole noto subito che sul viso della bambina c’è il timbro “visto per censura”.
Mi chiedo come posso catalogare l’essere spregevole che ha fatto questo. Poteva mettere il timbro in un altro posto, ma ha voluto, ancora una volta, infierire sull’animo di un uomo che soffre,
Uscito all’aria, non si parla che delle malefatte ricevute. Per loro il fine giustifica i mezzi: devono sfornare pentiti, Sotto tortura non ci possono essere mai pentimenti sinceri. Un uomo, pur di salvarsi la pelle è disposto a tutto. Parliamo anche dei familiari che vengono al colloquio. Anche loro tormentati e violentati nella loro intimità. Le donne sono perquisite e anche i bambini devono abbassare le mutandine.

Raccontano, addirittura, che un bambino, stanco del lungo viaggio. ha chiesto da bere alla mamma. Alla richiesta della signora di avere un po’ d’acqua per il figlio, le guardie hanno aperto la busta d’acqua e l’ hanno versata a terra. Poi, rivolgendosi alla madre, con derisione, le hanno detto che era finita, proprio in quel momento. Quell’evento aveva talmente terrorizzato il bambino da non volere più andare a trovare il padre.

Per i parenti che affrontano duemila chilometri per visitarci, non c’è alcun punto di ristoro. Se fa caldo, stanno al caldo, se fa freddo, al freddo. Al rientro in cella, faccio un telegramma a casa. Scrivo a mia moglie di non venire più a colloquio, per nessun motivo. E, anche se sono certo che lei affronta con coraggio le loro cattiverie, le impongo un divieto, senza appello. Non posso permettere che, a causa mia, altri subiscano violenza. Sono io l’agnello sacrificale, non i miei parenti. Sono stato tenuto all’oscuro, altrimenti glielo avrei proibito prima. E poi, a parte i sacrifici, ci vogliono una barca di soldi. Decido di non fare più colloqui a Pianosa, lasciando come unico contatto quello epistolare.
Ho trascorso già un anno in regime di 41 bis nel lager di Pianosa.

[Rosario Enzo Indelicato, “L’inferno di Pianosa”, Sensibili alle Foglie, 2015]

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60° giorno di sciopero della fame di Alfredo Cospito

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Si tratta per lo più di brani tratti da libri di cui consiglio comunque l’acquisto e la lettura integrale. La mia speranza è che questi piccoli estratti riescano, per quanto possibile, a dare un’idea di quel che si può fare in nome dell’amministrazione della giustizia, in particolare quando si sceglie di intervenire a posteriori ossia mirando l’autore dell’atto indesiderato, senza il minimo interesse alle ragioni, personali o sociali, della genesi di tali atti.

Evidentemente la ricerca delle cause rischierebbe di sollevare delle questioni troppo scomode o complesse per gli equilibri del progresso borghese.

Queste pagine vogliono essere un cotributo di solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Anna, Juan e Ivan, contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.

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dicembre 2022

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Carcere di Pianosa, sezione Agrippa, anno 1992

Dopo il primo via vai della conta e il rumore dei carrelli in corridoio, sento colpi di manganello e schiaffi che coprono le urla dei detenuti del primo blocco. Passano al secondo, con violenza inaudita. Man mano che si avvicinano alla mia cella le grida diventano sempre più forti. Pochi minuti ancora e tocca a me e al mio compagno. Il capo della squadretta mi si rivolge con rabbia ingiustificata. Lo saluto e mi ordina di non alzare la testa.

Uno di loro va oltre: “Sicuramente il padre doveva essere un mandriano e la madre una grandissima zoccola”. Poi, prendendomi da detro la testa e sbattendomi con violenza al muro, aggiunge: “Abbassa le corna”. Dal naso comincia a grondare sangue. Con lo sguardo riverso vedo la pozza che si e formata ai miei piedi. Con il manganello mi fa cenno di allargare ie gambe e comincia la perquisizione. Passa il metal detector nel retto. Procede al controllo dei capelli e delle orecchie. Mi chiede di aprire la bocca dove esegue un inutile ispezione. ll sangue cola sulle labbra imbrattandomi la camicia, unico indumento che mi hanno concesso di prendere a Palermo. Finita la perquisizione, un altro di loro, con altrettanta violenza, mi dà una manganellata sulla spalla. A causa del forte dolore, penso di averla persa.

Corro per raggiungere il cancello, ma vengo stoppato da calci, pugni e sberle: sono in venticinque, in fila, lungo i quaranta metri che separano la mia cella dal cortile. Mi sembra di percorrere chilometri.

Esco, frastornato dalle botte, col fiatone, per godere di una sola ora d’aria.

Altri detenuti dello stesso blocco, come me, sono storditi e pieni di ecchimosi. Ci guardiamo in faccia, come per confortarci. Da sopra il muro di cinta un aguzzino ci avverte di non parlare. Cerco di pulire il viso e la camicia servendomi di un rubinetto che si trova nell’atrio.

Poi, camminiamo, muti, nel passeggio per circa trenta minuti.

Nuovamente le grida e le proteste dei detenuti del primo blocco che stanno rientrando.

Penso, come tutti, che da quel luogo non usciremo vivi.

Alzo gli occhi al cielo e penso “Sia fatta la volontà di Dio: questo e mio destino”. Siamo in fila come vitelli nel coridoio del macello, pronti per essere scannati.

Aspetto il mio turno per entrare. Appena dentro, mi giro verso il muro e ricomincia la stessa procedura di perquisizione.

Dentro il corridoio sento odore di pulito: i lavoranti, su loro ordine, hanno eliminato le tracce di sangue. Anche loro non ricevono un buon trattamento. Sono tutti di colore e mostrano di essere impauriti. Cerco di non farmi cogliere alla sprovvista ma, mentre sono con le braccia aperte e le gambe divaricate, ricevo un pugno da sotto il braccio.

“Hai dimenticato di salutare” mi dice un aguzzino.

Mi colpisce tra l’occhio e il naso. Ricomincio a sanguinare.

La tortura è cominciata. Cerco di divincolarmi, ma inizia una gragnola di pugni, schiafi e sputi. Alcuni mi tengono per non farmmi rovinare a terra, altri finiscono il lavoro.

Quando smettono, una manganellata mi dà il via.

Corro come un cavallo quando esce dal box per la corsa. Io, invece, devo entrare in una gabbia.

Appena in cella corro in bagno. Con l’acqua fredda cerco di bloccare l’emorragia del naso.

Tolgo la camicia che cerco di lavare. Dopo averla strizzata, la stendo alla grata della finestra. Mi viene subito proibito. Non mi resta che appoggiarla sul letto, inumidendo le lenzuola, già sporche del sangue lasciato dalle zanzare che, ogni tanto, riesco a colpire.

Sul corpo, martoriato e pieno di ecchimosi, affiorano i segni violacei per i colpi ricevuti. Il mio compagno di cella è nella stessa situazione

Ci guardano attraverso le sbarre della cella: attendono qualche lagnanza per avere il pretesto di entrare e continuare l’opera.

A sera passano con il carrello, lo stesso con cui ritirano la spazzatura, con due pentoloni di minestra. Ritiro il piatto e sento l’odore del detersivo che vi hanno versato.

Butto il contenuto nella latrina, sciacquo il piatto e mi distendo sulla branda a torso nudo e a digiuno.

Guardando fisso il tetto, penso ai miei familiari: mi chiedo se sanno dove mi trovo.

ll mio compagno è nelle identiche mie condizioni.

Siamo in catalessi: non parliamo.

Ogni tanto un aguzzino da colpetti al tetto, per non farci dimenticare la loro feroce vigilanza.

È sceso il buio. Il plotone viene a chiudere il blindato. Chiedo, gentilmente, se possono spegnere la luce. Mi si dice di no, in tono infastidito.

Il vento sferza quest’isola come a volersi portare via tutto, compreso me. L’aria è gelida. Tristi i ricordi che la mente non cancella. Il sibilare dell’aria fra le grate mi fa mancare l’aria e non mi permette di fare uscire i pensieri.

Sento le mandate delle chiavi che chiudono ermeticamente i blindati Così la cella diventa una bara. Sono sepolto vivo in quello spazio che di giorno mi tiene in vita.

C’è un silenzio surreale: sento solo i passi dei miei carcerieri. Improvvisamente la luce dei loro fari di controllo entra dalla finestra con tale violenza da disturbare anche la mia sofferenza. Vivo nella più totale mancanza di umanità, mentre le zanzare completano il massacro.

[Rosario Enzo Indelicato, “L’inferno di Pianosa”, Sensibili alle Foglie, 2015]

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59° giorno di sciopero della fame di Alfredo Cospito

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Evidentemente la ricerca delle cause rischierebbe di sollevare delle questioni troppo scomode o complesse per gli equilibri del progresso borghese.

Queste pagine vogliono essere un cotributo di solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Anna, Juan e Ivan, contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.

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dicembre 2022

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Quel che ti manca

Una carezza e poi un sorriso,
e uno sguardo caldo e intenso.
Una bella espressione del viso,
e un dolce profumo di incenso.
Un bacio veloce e rubato
da labbra dolci come il fuoco.
Un atteggiamento vispo e garbato
in un monmento di effimero gioco.
Un movimento calmo e sensuale

di un corpo snello e levigato.
Uno sguardo forte e passionale
in un volto piccolo e delicato.
A questo e ad altro pensi
con questa tua mente stanca,
e ituoi pensieri sono intensi
perché è questo che ti manca.

[Salvatore Ritorto, Il prigioniero libero, Sensibili alle foglie, 2015]

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58° giorno di sciopero della fame di Alfredo Cospito

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Si tratta per lo più di brani tratti da libri di cui consiglio comunque l’acquisto e la lettura integrale. La mia speranza è che questi piccoli estratti riescano, per quanto possibile, a dare un’idea di quel che si può fare in nome dell’amministrazione della giustizia, in particolare quando si sceglie di intervenire a posteriori ossia mirando l’autore dell’atto indesiderato, senza il minimo interesse alle ragioni, personali o sociali, della genesi di tali atti.

Evidentemente la ricerca delle cause rischierebbe di sollevare delle questioni troppo scomode o complesse per gli equilibri del progresso borghese.

Queste pagine vogliono essere un cotributo di solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Anna, Juan e Ivan, contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.

Qui una parzialissima rassegna stampa sullo sciopero della fame di Alfredo

dicembre 2022

Pubblicato in 41bis, del giudicare | Lascia un commento

L’inchiesta

A parere dello scrivente difensore la vicenda processuale determinante la condanna all’ergastolo ostativo (fine pena mai) di Salvatore Ritorto, pur nel necessario rispetto della decisione giudiziaria, divenuta irrevocabile in Italia, appare incredibile ed inquietante, tanto che il collegio difensivo, nella sua variegata composizione, non ha mai terminato di condurre, nei limiti dei mezzi e delle poche risorse disponibili, indagini difensive e legittime iniziative volte alla riapertura del caso in esame, ciò logicamente al fine di dimostrare la estraneità dei cittadini condannati.

II processo contro Salvatore Ritorto è stato – tra i tantissimi in Italia – un processo cosiddetto “indiziario” (assenza di prova diretta di commissione del reato e ricorso ad una serie di elementi congiunti e unitariamente valutati ai fini del giudizio di responsabilità), per come enuclea l’art. 192 del vigente codice di procedura penale, ciò sulla scorta di una attività investigativa portata all’attenzione dei decidenti e sulla quale è stata effettuata, dagli stessi, una attività di operazione e mediazione intellettuale, in virtù del principio del libero convincimento.

In estrema sintesi, un primo collaboratore di giustizia dichiarava di aver sentito parlare da terzi del detto omicidio successivamente all’evento ed in seguito operava una “illuminante” postuma deduzione circa il coinvolgimento del Ritorto.

Tali dichiarazioni successivamente venivano avallate da un secondo collaboratore di giustizia, il quale, pur non avendo partecipato all evento omicidiario, riferiva la delazione che il Ritorto gli avrebbe fatto pochi minuti dopo l’omicidio, circa la di lui responsabilità, la unione tra prima chiamata (in reità) e seconda chiamata (in correità), supportata da riscontri di carattere logico – alternatisi nel corso del processo, tutti comunque privi della richiesta “certezza” – conducevano alla condanna all’ergastolo.

[Rosario Scarpa, postfazione di Salvatore Ritorto, Il prigioniero libero, Sensibili alle foglie, 2015]

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57° giorno di sciopero della fame di Alfredo Cospito

Questo breve post, come quelli che lo precedono e quelli che seguiranno, sono un contributo alla campagna per l’eliminazione del regime del 41bis e dell’ergastolo ostativo.

Si tratta per lo più di brani tratti da libri di cui consiglio comunque l’acquisto e la lettura integrale. La mia speranza è che questi piccoli estratti riescano, per quanto possibile, a dare un’idea di quel che si può fare in nome dell’amministrazione della giustizia, in particolare quando si sceglie di intervenire a posteriori ossia mirando l’autore dell’atto indesiderato, senza il minimo interesse alle ragioni, personali o sociali, della genesi di tali atti.

Evidentemente la ricerca delle cause rischierebbe di sollevare delle questioni troppo scomode o complesse per gli equilibri del progresso borghese.

Queste pagine vogliono essere un cotributo di solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Anna, Juan e Ivan, contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.

Qui una parzialissima rassegna stampa sullo sciopero della fame di Alfredo

dicembre 2022

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